A Song of Television and Quality

di Matteo Zucchi –

HBO cominciò a fare “quality television” prima ancora che vi fosse una qualche formula per definirla, all’epoca in cui i più ambiti oggetti di analisi per i nascenti television studies erano Buffy l’ammazzavampiri (Buffy the Vampire Slayer, la cui inverosimile miscellanea di generi ha però indubbiamente fatto scuola) o serial non più recenti come Twin Peaks o Hill Street Blues. Fra gli anni ‘90 e il primo decennio del XXI secolo l’emittente via cavo statunitense produsse una sequela di serie, sia drama che sit-com, di considerevole successo e ancor più influenza culturale, creando uno standard narrativo e contenutistico che gli altri network non poterono altro che imitare, cercando di conseguire risultati all’altezza. Dagli stratificati drammi sociali di Oz (1997-2003) e The Wire (2002-08) alle profonde investigazioni psicologiche di The Sopranos (1999-2007) e Six Feet Under (2001-05), passando per il cult Sex and the City (1998-2004), HBO conquistò critica e pubblico (di nicchia, principalmente) anche Oltreoceano, favorendo anche in Italia la più massiccia importazione di serialità statunitense dai tempi dell’exploit di Mediaset.

Mentre le altre emittenti televisive USA (e più timidamente anche di altri nazioni occidentali) tentavano di mettersi in pari, determinando l’inizio di questa presunta “golden age” della televisione, la succitata, complice un breve stallo dovuto al grande sciopero degli sceneggiatori tra il 2007 e il 2008, si risolse ad ampliare il proprio pubblico di riferimento.

(L’articolo completo è disponibile nella versione stampata o PDF di Digressioni n. 5 – clicca qui per info)

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