Back to the Past

di Matteo Zucchi –

Luci al neon, colori primari sgargianti e al contempo soffusi, sonorità calde, avvolgenti e sintetiche, eccessi melodrammatici, estetiche barocche e ridondanti, un’atmosfera placidamente decadente, da fine impero. Sono questi alcuni dei tratti principali che la contemporaneità offre ripetutamente ai nostri sensi, andando a comporre una serie di estetiche tanto differenti nei propri sviluppi quanto accomunate dai medesimi modelli culturali e artistici. L’ultimo decennio si è ampiamente rifatto agli anni ‘80 per creare un proprio orizzonte percettivo e creativo, tanto da non rendere così inopportuna l’affermazione per la quale, se gli anni ‘00 sono stati gli anni ‘90 con un decennio in più, gli anni ‘10 sono gli ‘80 ritornati dopo un sonno di 30 anni.

Una (non così) sottile linea rossa

di Matteo Zucchi –

In principio vi è l’unità. La natura prosegue la sua esistenza indifferenziata, nella sua molteplicità, apparentemente fino al sopraggiungere dell’uomo occidentale e del Polemos che da sempre è il suo tratto più fondativo. Rivelativo è un long take a pochi minuti dall’incipit, in cui il dolly che segue il protagonista interpretato da Jim Caviezel all’improvviso devia dalla linea tracciata finora e si muove diagonalmente per poi inquadrare lateralmente l’uomo.

Dove vanno gli operai?

di Matteo Pernini –

Si ripropone, a fasi alterne, il problema del formato, della larghezza del fotogramma. Non, beninteso, declinato nei termini puntuali di un articolato discorso culturale, ma gonfiato nel grido di slogan promozionali – quando un’accorta distribuzione rimarca l’eccezionalità di un film realizzato in pellicola 70mm – oppure ridotto alla grossolana forma di un bisticcio condominiale – quando, sul proprio profilo Twitter, Xavier Dolan pubblica una risentita lettera ai dirigenti di Netflix, colpevoli di aver alterato il previsto rapporto tra lunghezza e larghezza dell’immagine nel suo film Mommy (2014).

La grande delusione

di Matteo Zucchi –

A oramai più di un secolo dalla Rivoluzione d’Ottobre l’eco di quegli avvenimenti, reazione alla Prima Guerra Mondiale e quindi definitivo incipit del “secolo breve”, pare essersi quasi chetato. Mentre la rimozione di una così impegnativa memoria storica sembra essere la via scelta dalla madre Russia, nel resto del mondo non sono più in pochi a mettere in dubbio il carattere effettivamente rivoluzionario di ciò che avvenne tra il 6 e il 7 novembre 1917, anche col favore di buone argomentazioni, a differenza di ciò che si può dire a sfavore della rivoluzione estetica sviluppatasi in concomitanza a quegli eventi e negli anni successivi.

L’e(ste)tica dello sguardo e l’invenzione dei soffitti

di Matteo Pernini –

Che il cinema non fosse il banale compendio in immagini di un testo a monte, lo sapevamo già prima che Jean-Luc Godard iniziasse il rosario delle sue deliziose insolenze. Che la critica cinematografica fosse anzitutto un regolamento di conti con se stessi, lo abbiamo appreso dalla Nouvelle Vague. Di questa assistiamo, oggi, a un inverecondo revisionismo, operato nel chiacchiericcio inconsistente, al lumicino di una critica miope, bardata di ragionevolezza e disposta a discutere, purché su basi storiche; quasi la Nouvelle Vague fosse un fenomeno di costume, un breve interludio di cui si possano circoscrivere con precisione date, affiliati, precursori ed epigoni.

Prima della rivoluzione

di Andrea Campana –

“Chi non ha vissuto negli anni prima della rivoluzione non può capire che cosa sia la dolcezza del vivere”. È con questa frase di Charles de Talleyrand che si apre Prima della rivoluzione (1964) di Bernardo Bertolucci. E il tempo prima della rivoluzione è esattamente quello in cui vive il protagonista del film, Fabrizio, giovane di buona famiglia parmense che si barcamena tra simpatie comuniste e un amore impossibile e semi-incestuoso, nel tentativo di prendersi quella che lui stesso definisce “una vacanza” dalla noia della vita borghese.

Il potere e il corpo

  • Digressioni
  • 17/07/2017

di Matteo Zucchi –
A cavallo tra anni 60 e 70, in maniera concomitante con le più generalizzate evoluzioni della cinematografia mondiale, il genere che forse mutò ulteriormente fu proprio quel thriller/horror che era stato fino ad allora (con poche note eccezioni) il modello di un cinema ingenuo e quantomeno non ricco di spunti intellettuali.

Buster, Groucho, Jacques e gli altri

di Davide De Lucca –

Non sappiamo chi fu il primo uomo a scivolare su una buccia di banana, ma sappiamo che il genere comico nasce con il cinema. Quando i Lumière perfezionano il cinematografo, l’immagine in movimento è muta – giusto un pianoforte a coprire il ronzio del proiettore a manovella.

La sindrome del terzo uomo

di Raffaele Indri –

“Chi è il terzo che sempre ti cammina a fianco?/ Se io conto, ci siam soltanto tu ed io insieme/ Ma se io guardo innanzi a me per la strada bianca/ C’è sempre un altro che ti cammina a fianco,”1 è così che nell’ultima sezione di The Waste Land (1922) T.S. Eliot descrive la “sindrome del terzo uomo,” un fenomeno psicotico che fa sì che un individuo in condizioni fisiche estreme percepisca una presenza  benigna e protettiva.

Il linguaggio della malattia

di Eugenio Radin –

“Per me, all’inizio c’è il corpo. È ciò che siamo, ciò che abbiamo. Siamo tutti come degli attori che si agitano sulla scena della vita e la prima cosa che abbiamo sono i nostri corpi fisici, la nostra esistenza fisica. Nei miei film il corpo è sempre al centro. Gli giro attorno come fa un pianeta col sole. Non me ne allontano mai. E se ciò accade, più me ne allontano, meno mi sento sicuro di me. Come se diminuisse la gravità.”

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