L’e(ste)tica dello sguardo e l’invenzione dei soffitti

di Matteo Pernini –

Che il cinema non fosse il banale compendio in immagini di un testo a monte, lo sapevamo già prima che Jean-Luc Godard iniziasse il rosario delle sue deliziose insolenze. Che la critica cinematografica fosse anzitutto un regolamento di conti con se stessi, lo abbiamo appreso dalla Nouvelle Vague. Di questa assistiamo, oggi, a un inverecondo revisionismo, operato nel chiacchiericcio inconsistente, al lumicino di una critica miope, bardata di ragionevolezza e disposta a discutere, purché su basi storiche; quasi la Nouvelle Vague fosse un fenomeno di costume, un breve interludio di cui si possano circoscrivere con precisione date, affiliati, precursori ed epigoni.

Prima della rivoluzione

di Andrea Campana –

“Chi non ha vissuto negli anni prima della rivoluzione non può capire che cosa sia la dolcezza del vivere”. È con questa frase di Charles de Talleyrand che si apre Prima della rivoluzione (1964) di Bernardo Bertolucci. E il tempo prima della rivoluzione è esattamente quello in cui vive il protagonista del film, Fabrizio, giovane di buona famiglia parmense che si barcamena tra simpatie comuniste e un amore impossibile e semi-incestuoso, nel tentativo di prendersi quella che lui stesso definisce “una vacanza” dalla noia della vita borghese.

Il potere e il corpo

  • Digressioni
  • 17/07/2017

di Matteo Zucchi –
A cavallo tra anni 60 e 70, in maniera concomitante con le più generalizzate evoluzioni della cinematografia mondiale, il genere che forse mutò ulteriormente fu proprio quel thriller/horror che era stato fino ad allora (con poche note eccezioni) il modello di un cinema ingenuo e quantomeno non ricco di spunti intellettuali.

Buster, Groucho, Jacques e gli altri

di Davide De Lucca –

Non sappiamo chi fu il primo uomo a scivolare su una buccia di banana, ma sappiamo che il genere comico nasce con il cinema. Quando i Lumière perfezionano il cinematografo, l’immagine in movimento è muta – giusto un pianoforte a coprire il ronzio del proiettore a manovella.

La sindrome del terzo uomo

di Raffaele Indri –

“Chi è il terzo che sempre ti cammina a fianco?/ Se io conto, ci siam soltanto tu ed io insieme/ Ma se io guardo innanzi a me per la strada bianca/ C’è sempre un altro che ti cammina a fianco,”1 è così che nell’ultima sezione di The Waste Land (1922) T.S. Eliot descrive la “sindrome del terzo uomo,” un fenomeno psicotico che fa sì che un individuo in condizioni fisiche estreme percepisca una presenza  benigna e protettiva.

Il linguaggio della malattia

di Eugenio Radin –

“Per me, all’inizio c’è il corpo. È ciò che siamo, ciò che abbiamo. Siamo tutti come degli attori che si agitano sulla scena della vita e la prima cosa che abbiamo sono i nostri corpi fisici, la nostra esistenza fisica. Nei miei film il corpo è sempre al centro. Gli giro attorno come fa un pianeta col sole. Non me ne allontano mai. E se ciò accade, più me ne allontano, meno mi sento sicuro di me. Come se diminuisse la gravità.”

La rivoluzione di “Viaggio in Italia”

di Matteo Pernini –

Notava il critico Harold Bloom che per taluni scrittori non si può parlare di una evoluzione stilistica; i loro esordi procedono sicuri, insuperabili quanto le opere della maturità. Vi sono, similmente, registi che non hanno bisogno di seguire uno sviluppo, la cui immaginazione è già pienamente formata all’inizio della carriera. Roberto Rossellini è tra questi. 

Come un raccoglitore di frutta

di Matteo Zucchi –

Con l’annientamento del tiranno Macbeth, individuo pericoloso e destabilizzante, termina la fase americana della produzione di Orson Welles. Con il funerale del tragicamente ingenuo Otello, l’eterno estraneo, inizia la seconda parte della sua carriera. È a tal punto forse fin troppo facile accettare la vulgata che tende a far coincidere i vissuti del grande regista americano con le sue opere, ma non si può neppure negare il compiacimento con cui egli si mostrò già allora capace come pochi di giocare con l’alone mitico che si andava costruendo attorno a sé.

Quel viaggio al termine della notte

di Matteo Zucchi –

Dacché fu “inventata”, l’adolescenza è stata una nicchia di mercato e di produzione culturale di considerevole valore, assumendo forse un ruolo addirittura principe nella postmodernità, complice la moltiplicazione e la sostanziale parificazione delle diverse categorie di consumo. Difatti l’enorme successo di saghe ipermediali dal target “young adult” come Harry Potter, Twilight o Hunger Games (ma anche dei numerosi imitatori) dimostra la versatilità e la longevità di questo genere di produzione, così come la sua adattabilità a vari codici simbolici. Ed è infatti l’utilizzo di questi a spiegare il successo di contesti fantastici e fantascientifici nell’ambito di questo cinema, in quanto esplicitazione della tipica connotazione di eccezionalità che accompagna frequentemente il concetto di “adolescenza”.

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