L’abitudinario che teorizzò la rivoluzione

  • Digressioni
  • 11/10/2017

di Eugenio Radin –

L’esistenza che Immanuel Kant trascorse nella cittadina prussiana di Königsberg dal 1724 al 1804 fu la più distante possibile da quanto un’immaginazione di influenza romantica richiederebbe alla figura del rivoluzionario: del tutto priva di gesta rocambolesche e di atti eroici, la vita del pensatore dell’aufklärung fu scandita da ritmi serrati e da schemi regolarissimi, sì che la sua monotona abitudinarietà divenne presto leggendaria all’interno degli ambienti culturali dell’epoca.

Dal corpo vivente al cyborg

di Francesco Zanolla –

Pubblicato nel 1651, il Leviatano (Leviathan) di Thomas Hobbes è annoverato come uno dei testi che (ri)fondano la filosofia politica proiettandola nella nascente modernità.
A un lettore appena un po’ smaliziato apparirà comunque evidente una singolarità, cioè il fatto che Hobbes, universalmente interpretato come un innovatore e rinnovatore critico della tradizione, non si esima dal ricorrere in molte delle sue argomentazioni a una delle metafore più antiche del pensiero politico occidentale: quella che paragona la società/stato a un organismo, e nello specifico a un CORPO UMANO VIVENTE.

(L’articolo completo è disponibile nella versione stampata o PDF di Digressioni n. 3 – clicca qui per info)

E l’uomo inventò l’anima per salvarsi dal nulla

di Eugenio Radin –

“E questo è appunto lo studio e l’esercizio proprio dei filosofi: sciogliere e separare l’anima dal corpo.” La riflessione filosofica riguardante il corpo (per lo meno fino alla comparsa, sul finire dell’Ottocento, del cosiddetto “pensiero negativo”) è sempre stata in una certa qual misura funzionale all’affermazione del primato dell’anima, che nella corporalità trovava soltanto una prigione fisica, corruttibile e imperfetta, di cui, prima o poi, ci si sarebbe liberati.

Ritornare a Montaigne

di Eugenio Radin –

Se corrisponde al vero che non c’è viaggio che non conduca a un incontro, chiunque volesse approfondire tale tematica dovrebbe necessariamente soffermarsi a riflettere sul senso più profondo che lo scambio con una differente cultura porta con sé.
La scoperta dell’altro, dello straniero, è in effetti in grado di mandare in crisi la struttura sostanzialmente egocentrica ed egoriferita tanto del soggetto quanto della società di cui esso fa parte, la quale si ritrova improvvisamente di fronte alla prova ineludibile della propria parzialità. La naturale reazione a questa scoperta si esprime tramite la nascita di ideologie e di concetti cui spetta il compito di tutelare il proprio predominio e la propria supposta superiorità e di etichettare sbrigativamente ogni alterità incompatibile con il nome di “barbarie”.

Al giorno d’oggi, in un’epoca in cui il viaggio e la scoperta del diverso sono pericolosamente accelerati dai processi della globalizzazione e dall’utilizzo imperante delle nuove tecnologie; in un momento in cui non esiste più alcuna distanza di sicurezza né alcun tipo di tutela per le diverse identità, i pilastri dell’etnocentrismo si fanno sempre più determinanti nei rapporti con le culture altre, e la degenerazione contemporanea della Ragione illuminista rischia sempre più pericolosamente di mettere a soqquadro gli equilibri delle società straniere, senza saper valutare le conseguenze delle proprie azioni: il fallimento delle cosiddette “primavere arabe” e la caotica situazione dell’attuale Medio Oriente (sul quale già da lungo tempo le potenze occidentali hanno piantato l’infausta bandiera della civilizzazione) sono una dimostrazione di questa cecità.

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L’insidia della verità

di Eugenio Radin – 

Chiunque come noi voglia avventurarsi in un’encomiastica difesa della verità nello scenario socio-culturale contemporaneo, che riporti alla luce l’importanza di tale nozione e ne denunci l’abbandono, si ritroverà probabilmente di fronte a una giustificabile diffidenza nei confronti di questa rivalorizzazione.

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