La luce della notte

di Luca Mauceri – 

«Ed è subito sera»1, concludeva perentorio Quasimodo nel dipingere il quadro del nostro essere. La sera sopraggiunge improvvisa per sigillare l’esistenza umana dopo quel breve «raggio di sole»2 che ci è concesso. Quasimodo non è però il solo a pensare alla notte come metafora della morte. La cultura occidentale straripa di richiami all’atmosfera notturna come momento della fine o al ciclo del giorno come metafora del ciclo vitale. È la luce ad essere la vita vera, l’oggetto della vita e della sua ricerca, perché la luce illumina, mostra le cose del mondo nella loro varietà: allo stesso modo la vita ci getta addosso innumerevoli cose, eventi, luoghi, sensazioni. La notte al contrario è buia e sottrae gli oggetti al nostro sguardo, così come sembra fare la morte.

La luna eterna di Nietzsche

di Luca Mauceri –

Ogni mente acuta nutre un sospetto: che la spiegazione materialistica di un evento sia una riduzione fatta con le categorie aride di una mente buona a far di conto ma non a comprendere le cose nel loro spettro completo. Che siano spiegazioni di chi ragiona e non di chi pensa e che il mondo, come una donna di un certo livello, si conceda a chi lo comprenda nel profondo, in ciò che non si vede ma c’è.

Un’utopia senza progresso

di Francesco Zanolla –

Nel 1762 Jean-Jacques Rousseau dà alle stampe quelle che sono probabilmente le sue due opere più conosciute e influenti, nonché vituperate e censurate da detrattori e critici, vale a dire Emilio (Émile ou De l’éducation) e Il contratto sociale (Le contrat social ou Principes du droit politique). La combinazione dei due incipit fornisce l’opportunità di inquadrare in prospettiva le strutture teoretiche e gli obiettivi della riflessione filosofico-politica di un pensatore che occupa una posizione di rilievo eccentrico all’interno dell’Illuminismo europeo.

Dalle ombre alla luce, e ritorno

di Eugenio Radin –

Tra i numerosi miti raccontati all’interno dell’opera platonica, ce n’è uno di universalmente noto, oggetto di innumerevoli riletture e riproposizioni, non soltanto saggistiche, ma anche letterarie, pittoriche o cinematografiche: la caverna platonica, con la cui immagine si apre il libro settimo de La Repubblica, è divenuto nel corso del tempo uno dei luoghi fondamentali dell’Occidente, non solo perché il pensiero in esso contenuto sta alla base dell’ontologia tradizionale, ma anche perché il prigioniero liberato che ne è protagonista è presto divenuto il modello di ogni uomo di scienza europeo, il cui cammino, dalle tenebre, ricerca sempre la strada verso la luce, la verità, la conoscenza.

I confini della giustizia

di Francesco Zanolla –

A voler dar seguito all’opinione di Norberto Bobbio, la filosofia politica occidentale nel corso del suo sviluppo si è occupata di quattro questioni fondamentali: la ricerca dell’ottima, o migliore, forma di governo; l’individuazione del fondamento della legittimità del potere politico; la ricerca sull’essenza della “politica” come attività umana distinta dalle altre, e la riflessione sui metodi e le forme delle scienze sociali e politiche empiriche.

L’estrema illusione del genio

di Eugenio Radin –

Il pensiero filosofico di Leopardi (e non staremo qui a discutere con chi ancora si ostina a non voler considerare Leopardi un filosofo) si muove, a ben vedere, tutto all’interno di una dicotomia fondamentale: quella cioè che il recanatese tratteggia tramite la separazione dei due regni della Natura e della Ragione, cui appartengono, rispettivamente, il piano dell’illusione e quello della verità. Ma anziché abbracciare l’amore per la verità, che sin dai tempi arcaici era stato il compagno inseparabile dell’amore per il sapere (cioè della ϕιλο-σοϕία), Leopardi sceglie di schierarsi prepotentemente dalla parte dell’illusione e “con franca lingua,/ nulla al ver detraendo,/ confessa il mal che ci fu dato in sorte”; ovvero denuncia l’irreparabile danno cui inevitabilmente porta, stando al poeta, la “Dea Ragione”, stupidamente venerata in quel “secol superbo e sciocco”2 che era stata la stagione dell’illuminismo.

L’abitudinario che teorizzò la rivoluzione

  • Digressioni
  • 11/10/2017

di Eugenio Radin –

L’esistenza che Immanuel Kant trascorse nella cittadina prussiana di Königsberg dal 1724 al 1804 fu la più distante possibile da quanto un’immaginazione di influenza romantica richiederebbe alla figura del rivoluzionario: del tutto priva di gesta rocambolesche e di atti eroici, la vita del pensatore dell’aufklärung fu scandita da ritmi serrati e da schemi regolarissimi, sì che la sua monotona abitudinarietà divenne presto leggendaria all’interno degli ambienti culturali dell’epoca.

Dal corpo vivente al cyborg

di Francesco Zanolla –

Pubblicato nel 1651, il Leviatano (Leviathan) di Thomas Hobbes è annoverato come uno dei testi che (ri)fondano la filosofia politica proiettandola nella nascente modernità.
A un lettore appena un po’ smaliziato apparirà comunque evidente una singolarità, cioè il fatto che Hobbes, universalmente interpretato come un innovatore e rinnovatore critico della tradizione, non si esima dal ricorrere in molte delle sue argomentazioni a una delle metafore più antiche del pensiero politico occidentale: quella che paragona la società/stato a un organismo, e nello specifico a un CORPO UMANO VIVENTE.

(L’articolo completo è disponibile nella versione stampata o PDF di Digressioni n. 3 – clicca qui per info)

E l’uomo inventò l’anima per salvarsi dal nulla

di Eugenio Radin –

“E questo è appunto lo studio e l’esercizio proprio dei filosofi: sciogliere e separare l’anima dal corpo.” La riflessione filosofica riguardante il corpo (per lo meno fino alla comparsa, sul finire dell’Ottocento, del cosiddetto “pensiero negativo”) è sempre stata in una certa qual misura funzionale all’affermazione del primato dell’anima, che nella corporalità trovava soltanto una prigione fisica, corruttibile e imperfetta, di cui, prima o poi, ci si sarebbe liberati.

Ritornare a Montaigne

di Eugenio Radin –

Se corrisponde al vero che non c’è viaggio che non conduca a un incontro, chiunque volesse approfondire tale tematica dovrebbe necessariamente soffermarsi a riflettere sul senso più profondo che lo scambio con una differente cultura porta con sé.
La scoperta dell’altro, dello straniero, è in effetti in grado di mandare in crisi la struttura sostanzialmente egocentrica ed egoriferita tanto del soggetto quanto della società di cui esso fa parte, la quale si ritrova improvvisamente di fronte alla prova ineludibile della propria parzialità. La naturale reazione a questa scoperta si esprime tramite la nascita di ideologie e di concetti cui spetta il compito di tutelare il proprio predominio e la propria supposta superiorità e di etichettare sbrigativamente ogni alterità incompatibile con il nome di “barbarie”.

Al giorno d’oggi, in un’epoca in cui il viaggio e la scoperta del diverso sono pericolosamente accelerati dai processi della globalizzazione e dall’utilizzo imperante delle nuove tecnologie; in un momento in cui non esiste più alcuna distanza di sicurezza né alcun tipo di tutela per le diverse identità, i pilastri dell’etnocentrismo si fanno sempre più determinanti nei rapporti con le culture altre, e la degenerazione contemporanea della Ragione illuminista rischia sempre più pericolosamente di mettere a soqquadro gli equilibri delle società straniere, senza saper valutare le conseguenze delle proprie azioni: il fallimento delle cosiddette “primavere arabe” e la caotica situazione dell’attuale Medio Oriente (sul quale già da lungo tempo le potenze occidentali hanno piantato l’infausta bandiera della civilizzazione) sono una dimostrazione di questa cecità.

(L’articolo completo è disponibile nella versione stampata o PDF di Digressioni n. 2 – clicca qui per info)

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