Se il confine determina l’identità

di Carlo Selan –

Un confine è un’identità che si accosta a un’altra e ad essa si apre o si chiude, un luogo che sta in mezzo, dove la terra non è di nessuno ed è di tutti, la casa, spesso, del senza patria e del profugo, di tutta quella umanità in fuga per necessità.

Popiću malo vina

di Carlo Londero –

Conviene iniziare dalle parole di Luciano Morandini estrapolate dall’intervista di Ivica Tratnik a Radio Koper/Capodistria nell’estate-autunno 1976, per l’uscita del suo libro di poesie Dalla domenica dei silenzi:
Io non penso che una semplice sbarra di confine riesca a separare gli uomini. Le idee e i sentimenti vanno al di là di queste sbarre: in modo particolare per quanto riguarda i nostri due Paesi, la Jugoslavia e l’Italia, e in modo ancora [più] particolare per quanto riguarda Friuli e Slovenia.

Barbara Baynton e il terrore della frontiera

di Christina A. Lee –

Il canone della letteratura coloniale australiana ha spesso esaltato i coraggiosi pionieri (bushman) di autori come Henry Lawson e Banjo Patterson, uomini solitari alla conquista dell’outback, la nuova frontiera. Il mito australiano dei coloni poveri e laboriosi che popolavano un paradiso utopico divenne elemento cardine nella nascente letteratura
dell’epoca, ma questa epopea idealizzava un’esistenza che in realtà era spesso devastante e pericolosa, specialmente per le donne.

Ai confini della vita, ai confini dell’amore

di Paolo Steffan –

“Il muro che ti ho eretto contro è un crollo eterno”, recita un verso stupendo di Attila József, tratto da una lirica che s’impasta di amore, nella più fiera esperienza della carne (“ti compenetri cuore a cuore”) e nel più assoluto richiamo dello Spirito (“con te rispondo a Dio”).

La ricerca meridiana di Paul Celan

di Luca T. Barbirati –

Chi è straniero in ogni luogo non ha altra scelta che cercare le proprie radici nell’anima. Se questo straniero ha pure la ventura di essere poeta – tra i massimi nel Novecento – la sua ricerca deve fare i conti con l’arte e con le lingue in cui viene rappresentata.

La verità romantica di John Keats e Robert Walser

di Luca Tommaso Barbirati –

All’inizio del quarto atto, Timone d’Atene abbandona la città dopo aver urlato il proprio odio all’umanità e alla propria casa. È bastata una richiesta d’aiuto a far mutare la sorte dei suoi amici-banchettanti, tanto prodighi nel ricevere quanto avari nel dare. Nel suo dramma meno rappresentato, Shakespeare smaschera la natura profonda dell’uomo messo alla prova dall’ingratitudine dei falsi amici, toccando un nervo che scopre non solo la parabola che dalla filantropia arriva alla misantropia, ma la stessa distanza che separa la logica di dio da quella degli uomini: “Timone se ne andrà nella foresta, là dove troverà che le bestie selvagge son tuttavia più miti dell’uomo”2. Offeso dalla città, Timone si rifugia nel bosco, povero di ogni cosa tranne che del suo dolore, con le parole dell’onesto Siniscalco.

Ma Cartesio sognava pecore elettriche?

di Francesco Zanolla –

Che cosa mai potrebbero avere in comune Cartesio, uno dei padri riconosciuti del razionalismo filosofico, impegnato a rifondare le basi della metafisica occidentale nell’Europa del XVII secolo, con uno scrittore di fantascienza californiano il quale nella seconda metà del Novecento, tra innumerevoli matrimoni e divorzi, attacchi di schizofrenia, accessi di paranoia e fasi di dipendenza feroce da varie sostanze psicotrope, scriveva di esseri artificiali così perfetti da risultare indistinguibili dagli esseri umani, di mutanti dotati di incredibili poteri capaci di alterare il tempo e lo spazio e di universi multipli e sospesi sul labile confine tra “realtà” e “illusione”, che tendono a collassare gli uni dentro agli altri, spaesando tanto i lettori quanto i personaggi che vi sono intrappolati.

Il cristianesimo tintorettiano di Čechov

di Luca T. Barbirati – 

È il braccio aperto della schiavona, disteso, mentre offre l’alzata colma di lupini, ad attirare lo sguardo dell’osservatore. Il suo gesto di offerta quasi oscura il tavolo alle sue spalle che, allungato in diagonale, permette allo Spirito di diffondersi per tutto il telero. Nell’Ultima cena che si può osservare in San Giorgio Maggiore a Venezia, Tintoretto mette in scena non tanto la sua sapienza pittorica, quanto la sacralità popolana che la Riforma non era riuscita a convertire. La schiavona si fa minima tra i servitori – più prostrato di lei è solo il cagnolino ai piedi del tavolo! –, una sua mano prende dal cesto intrecciato e l’altra dà.

Invocazioni alla gioia

di Carlo Selan –

La letteratura dovrebbe essere testimonianza dei mutamenti di una realtà sociale, uno sguardo critico che assume il presente come un tempo storico in evoluzione, rivolto al futuro. In quest’ottica, se si pensa a momenti socialmente fondamentali per la storia italiana come sono stati il sessantotto e gli anni settanta del secolo scorso, ci si stupisce di quanto (apparentemente) poco, e con relativa scarsezza di vedute, sembra sia stato scritto a riguardo da quegli autori che, per questioni anagrafiche, si trovarono ad essere contemporanei ai grandi eventi di quel periodo.

Riottoso d’un Dante!

  • Digressioni
  • 09/10/2017

di Michele Saran –

Non scherziamo. Per Dante e il suo sacrato poema, la benemerita Divina Commedia, l’universo ha un ordine preciso e immutabile. Niente è lasciato al caso. Au contraire: tutto è predestinato, tutto è armonia cristallizzata dal disegno provvidenziale di Dio e le sue cosiddette intelligenze motrici (gli angeli, per il resto di noi). Dalla ghiacciaia del Cocito alla Candida rosa, passando per la boscaglia spessa e viva del Paradiso terrestre, la cosmologia dantesca si esprime a guisa d’un libro stampato, con tanto d’indice numerato.

1 2

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER - ti aggiorneremo sulle novità della nostra rivista 

logo-digressioni-full

DIGRESSIONI - TRIMESTRALE CARTACEO DI CULTURA

Reg. Tribunale Udine n. 19/16

info@digressioni.com |