Sgt. Pepper’s Pop Revolution

di Carlo Londero –

Un disco rivoluzionario, uscito in tempo per fare da colonna sonora alla Summer of Love e inno di Woodstock. Canzoni nell’insieme capaci di incantare un pubblico vastissimo (dai musicologi – finora mai così interessati al pop-rock – agli hippy, dai teenager agli adulti) con musiche che, a livello sonoro, non si erano ancora udite nel pop.
Per alcuni potrà non essere tra i migliori album dei Beatles, o non essere il primo disco nel quale i Beatles sperimentano certe sonorità (si pensi a Revolver, 1966).

George Russell, le rivoluzioni quiete

di Michele Saran –

Come per molti altri ambiti e campi, anche la storia del jazz può essere vista come un lungo, ininterrotto ciclo di eventi sospinto da un nugolo di rivoluzioni. Ve ne sono di fragorose, detonanti. Il free-jazz, per esempio, forse la più potente di tutte, in termini d’intensità dinamica (si pensi a Cecil Taylor), di sconvolgimento dell’armonia tradizionale, e certamente di messaggio culturale. Vi è anche un altro tipo di rivoluzione, ben più sottile, pacato, teorico, persino didattico, ma non meno innovativo. E che pure preesiste a quelle radicali, ne costituisce un diretto antenato, un prologo fondamentale. La figura di George Allen Russell, nativo dell’Ohio (1923), uno dei più grandi e importanti jazzisti bianchi, pianista, compositore e ricercatore, incarna appieno giustappunto questo comparto di sconvolgimenti “tenui”.

Something Else!!!!

di Stefano Bonato –

Quella sera dall’Hillcrest Club Red era uscito assolutamente convinto.
Red: “Lo deve sentire! Se Lester lo sente!”
Era passata da poco la mezzanotte e si era diretto verso le colline di Hollywood. Correva in macchina quando doveva sistemare i pensieri. Correva con lo sguardo fisso sulla strada e inforcava ogni curva come se la sterzata sistemasse ogni pensiero al posto giusto. Ma quei pensieri erano già al posto giusto, da tempo. Doveva solo far incontrare quei due: Lester (il produttore della Contemporary) e Ornette col suo strumento in mano. E lo strumento in mano Ornette Coleman ce l’aveva sempre avuto. In una terra, il Texas, che poco spazio lasciava ai seguaci del Jazz.

Un accumulo di spettacolo

di Raffaele Indri –

Se il rock è stato il genere che ha occupato meglio il commercio della musica nella seconda parte del ventesimo secolo, sembra che l’hip hop sia destinato ad affermarsi come il suo successore in un futuro prossimo. È inevitabile che l’hip hop sia arricchito di tutta un’affascinante dimensione “extra-musicale.” I membri più giovani della società dello spettacolo che Debord aveva previsto nel suo celebre saggio oggi fagocitano le storie Instagram dei propri idoli musicali e ne imitano ossessivamente il vestiario.

Due regine, uno zeitgeist

di Michele Saran –

Nella storia della musica, la danza ha sempre avuto un ruolo preminente. Ne è anzi il suo germe. È un fatto comprovato: nell’antichità i suoni sotto forma di note avevano una rigorosa funzione d’accompagnamento a movenze fisiche di ballo, e di balli di cerimonia in particolare.

The Easy Way

di Stefano Bonato –

Il sole splende e l’estate riscalda i cuori della gente e anche quell’imponente massa d’acqua che piano rumoreggia instancabile sotto il pontile della baia.
Dentro tutta quell’acqua, giochi di forme e colori, giochi di ombre e di luce. Con una panoramica dall’alto in basso, queste forme geometriche e variopinte diventano riflessi sull’acqua, mobili e irreali, sui quali s’iscrivono parole e titoli. Il lungometraggio è girato a Newport, durante il Jazz Festival.

Time Out – The Dave Brubeck Quartet

di Stefano Bonato –

Il convoglio viaggiava lento e in quel tratto non c’erano binari che avrebbero potuto far sfilare treni in direzione contraria. Lento e ciondolante, il treno stava attraversando una regione arida, sinistra e complicata. Ma era Dave ad essere “complicato” in quel momento.
Sì, era per via di EightJune.

Gustav nel Refugium

di Michele Saran –

Una delle esperienze più profonde e pervasive consentite a noi, tapini esseri terreni, è la sublimazione. Gustav Mahler, in questo, ci è d’inestimabile aiuto. Annotatevi una mezza giornata della prossima estate. Visitate, a discrezione, una qualsiasi località di montagna, preferibilmente alpina o dolomitica, accompagnando le vostre contemplazioni con una qualsiasi delle opere del gran sinfonista boemo, e lasciate che le connessioni tra sconfinate quinte di natura e sconfinate architetture armoniche invadano le sinapsi. Sarà una rinascenza, un appagamento – lo si può dire senza remora di sensazionalismi – del tutto spirituale.

La forma (in esperanto) del rock a venire

di Michele Saran –

La storicizzazione delle origini del rock, si sa, è fenomeno di dominio pubblico. Dal country e dal blues si passa agli acid trip della Baia, alle comuni hippy e ai festival psichedelici, a Woodstock, a Hendrix. Però, come in molte delle storie basate sull’evoluzione di un fenomeno ampio e sfaccettato, vi possono essere uno o più bachi, vuoti di memoria collettiva che sorvolano su snodi altrimenti nevralgici. E in questo caso quegli snodi si chiamano in un solo modo: ESP-Disk.

’59/33 L’anno sul Vinile – Kind of Blue di Miles Davis

di Stefano Bonato – 

Lei esce in strada, dalla porta di un ristorante in una notte parigina, e la sola cosa che sembra farla sentire meno sola è quel suono. Languido, stridulo, sesta minore discendente di tromba con sordina, privato di ogni sentimentalismo. Feroce, spietato, ma morbido, rassicurante. Mentre il bianco e nero di Louis Malle in Ascenseur pour l’échafaud le scolpisce il volto tra le vie di Parigi, quel suono mette a nudo il suo respiro, i suoi occhi che alla deriva, cercano lui. Julien.

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