Contrappunto dialettico a Luigi

di Michele Saran –

Luigi Nono rappresenta, nel novero dei compositori novecenteschi, una delle più solide declinazioni di modernismo. In Nono la dodecafonia nella sua formulazione più avanzata, weberniana, la più coccolata dalla scuola di Darmstadt, non è un traguardo di decenni di ricerca, ma un punto di partenza; nella sua prima produzione anzi la estende a tutti gli aspetti, anche ritmici e strumentali, del costrutto compositivo. Questo clima da subito apertamente radicalizzato gli permette di sospingere la ricerca in più direzioni. Per primo viene l’elemento vocale. Le voci umane, solistiche o corali, gli solleticano l’esplicitazione delle caratteristiche più personali di un profondo impegno civile e d’una costante cura dei valori espressivi. Con il Canto Sospeso (1955-56), capolavoro della letteratura vocale del Novecento, il compositore ribadisce la sua installazione nelle più spericolate esperienze del linguaggio d’avanguardia.

Quella magnifica cinquina

di Michele Saran –

Tempi di populismi, limitata realpolitik, materia ideologica piccola e tossica. Meglio allora riscoprire di quando essere nazionalisti aveva un senso forte di rinnovamento, rappresentava la fuoriuscita da sclerotizzazioni e accademismi, e possedeva una missione di diffusione artistica e culturale. Portiamoci nella “Matuška Rossija”, la Russia della seconda metà del 1800.

Nessun interno: nessun esterno

di Michele Saran –

L’intrico del labirinto cretese di Cnosso è, per definizione, il luogo in cui non c’è scampo. In esso vive la rappresentazione ferrea del rito la cui vittima deve giungere inesorabilmente al centro, la meta fatale, dove sarà sacrificata. Storicamente ne esistono diverse versioni. Anche in quelle più estreme, a più elevata densità di antri, ambagi e meandri, la logica di trappola ricorsiva non fa che amplificarsi.

Tenero è il Notturno (se è di Chopin)

di Michele Saran –

Autunno del 1831. Un giovane pianista e compositore proveniente da Varsavia, un ancora sconosciuto Fryderyk Chopin, sta varcando in carrozza la soglia di Parigi. La osserva con uno sguardo sognante, come lunare. Certo non immagina che proprio quella capitale, quell’andazzo frenetico, l’animazione dei boulevard, il grande stile dei luoghi di ritrovo in entusiastica fioritura, così inadatti al suo temperamento schivo, rimarrà la sua patria adottiva, per molti versi la sua vera patria, nonché la spinta cruciale della sua arte a venire.

Senti come ti ritorno in bolla

di Michele Saran –

C’erano una volta forma-sonata e forma-concerto, con tutta probabilità le strutture (finora) più fertili e significative della musica occidentale. Franz Joseph Haydn, padre di entrambe, riassunse modi e forme della musica barocca ormai agli sgoccioli in un qualcosa di potentemente logico nella sua semplicità.

Come Wagner, più di Wagner

di Michele Saran –

In musica spessissimo risulta facile parlare di totalità. Quante volte lo sentiamo? “Artista completo”. “Artista totale”. La più tronfia, “Artista a trecentosessanta gradi”. Si dovrebbe riflettere: prendiamo Richard Wagner.
Tutto è totale in Wagner. A cominciare dalla commistione tra vita, avventurosa, nomade, errabonda, addentata con gran voracità a ogni suo lato, e la sua arte.

Quelle (im)possibili armonie

di Michele Saran –

C’è una musica sgorgante quasi esclusivamente dall’atto dell’ascolto, e dalla sua natura, dalla mente e le sue molteplici suggestioni, non trascritta sullo spartito ma in qualche modo ugualmente prevista dal compositore, una volta data in pasto agli esecutori. Pensiamo, insomma, a delle illusioni acustiche, soltanto elevate al rango di prassi creativa e dotate dello spessore dell’arte colta. Quell’antico “terzo suono” di Tartini (l’ulteriore suono percepito dall’unione di due note in particolari intervalli) che ha trovato terreno fertile in certune cadenze – particolarmente virtuosistiche – previste nei concerti per strumento ad arco e orchestra, nel Novecento musicale, secolo di recupero “par excellence”, ha preso coscienza di sé.

Sgt. Pepper’s Pop Revolution

di Carlo Londero –

Un disco rivoluzionario, uscito in tempo per fare da colonna sonora alla Summer of Love e inno di Woodstock. Canzoni nell’insieme capaci di incantare un pubblico vastissimo (dai musicologi – finora mai così interessati al pop-rock – agli hippy, dai teenager agli adulti) con musiche che, a livello sonoro, non si erano ancora udite nel pop.
Per alcuni potrà non essere tra i migliori album dei Beatles, o non essere il primo disco nel quale i Beatles sperimentano certe sonorità (si pensi a Revolver, 1966).

George Russell, le rivoluzioni quiete

di Michele Saran –

Come per molti altri ambiti e campi, anche la storia del jazz può essere vista come un lungo, ininterrotto ciclo di eventi sospinto da un nugolo di rivoluzioni. Ve ne sono di fragorose, detonanti. Il free-jazz, per esempio, forse la più potente di tutte, in termini d’intensità dinamica (si pensi a Cecil Taylor), di sconvolgimento dell’armonia tradizionale, e certamente di messaggio culturale. Vi è anche un altro tipo di rivoluzione, ben più sottile, pacato, teorico, persino didattico, ma non meno innovativo. E che pure preesiste a quelle radicali, ne costituisce un diretto antenato, un prologo fondamentale. La figura di George Allen Russell, nativo dell’Ohio (1923), uno dei più grandi e importanti jazzisti bianchi, pianista, compositore e ricercatore, incarna appieno giustappunto questo comparto di sconvolgimenti “tenui”.

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