Congetture sopra uno scheletro

di Francesco Zanolla –

Alla fine Ismaele l’aveva presa.
I vecchi del villaggio, all’epoca poco più che mocciosi, la ricordano ancora quella mattina. È un ricordo sbiadito, che si perde spesso tra bave e biascicamenti, ma che non cessa di riaffiorare dalle acque della memoria, torbide come quelle della baia dopo le tempeste invernali.
Qualcuno ricordava le discussioni feroci su quel che andava fatto, perché magari era stato spedito dalla propria madre a recuperare il padre o un fratello alla Tana della Murena, prima che la cena si raffreddasse troppo.

La rovesciata

di Enrico Losso –

…che vedere il mondo a rovescio è pure divertente, anche se io sono un tipo coi piedi per terra: mi è capitato poche volte nella mia vita, quante? Boh, quattro-cinque volte mi sa: la prima, sicuro, ero piccolo, sulla giostra del paese, quella che faceva il giro della morte – tutti fregavano la cicciona mezza cieca che staccava i biglietti e io l’unico idiota che pagava – e mi ero sganasciato a vedere il campanile dell’oratorio che si reggeva sulla punta, e il prete sulla pelata; poi, sulla spalliera alla scuola media, che ero uno dei pochi a riuscirci; poi, a fare il deficiente col bungee jumping, che l’avevano appena piazzato in riviera e dovevo conquistare la Marlene, e poi oggi in campo.

Autogol (o El Samba del Radiator)

di Davide De Lucca –

Lo sport non è avaro di storie esaltanti, imprese al limite dell’eroico, grandi vittorie e amare sconfitte, cadute e ripartenze. Alcune di queste vicende si intrecciano alla Storia, altre restano sconosciute o ricordate solo dagli appassionati, ma altre ancora vengono ingiustamente dimenticate, come quella di João Pinto do Nashoeira, detto El Radiator per la sua scarsa mobilità in campo.

Guardrail

di Alessandro Mambelli –

La donna dall’età indefinibile indossava un cardigan rosso di lana sopra una camicia blu a fiori, una gonna di velluto a coste e delle calze bianche, alte fino al polpaccio, infilate in un paio di ciabatte distrutte; le dita, nodose come rami secchi, erano appoggiate al guardrail su cui sedeva guardando nel vuoto.

Elegia per un cantiere

di Diego Tonini –

Lo confesso, sono un architetto. Avete ragione, non è il caso di farne una tragedia, anche perché Atene è piena di gente che scrive lagne del genere e non serve che mi lamenti pure io, e di questi tempi se hai un lavoro è meglio tenertelo stretto. Il fatto è che io volevo fare l’archeologo, però mi hanno detto di lasciar perdere perché siamo nell’età del bronzo e se mi mettessi a scavare qua sotto non troverei altro che terra, pietre appuntite e qualche legnetto bruciato.

Febe

di Enrico Losso –

Lo trovi su una panchina del parco.
Se ne sta aperto, mostrando ai passanti il suo cuore d’inchiostro. Una brezza dolce si diverte a sfogliare le pagine, ora lenta, ora spostandole a gruppi. Rimani in piedi a guardarlo, per qualche minuto, come se potesse cederti il posto.
Alla fine ti siedi, un po’ distante, sempre con lo sguardo fisso su di lui. Lo prendi, accarezzi la copertina marrone, ne annusi l’odore.

E la chiamano ispirazione

di Enrico Losso – 

Brenno è senza pelle, durante la notte. Quando gli capita di svegliarsi – non molto spesso, a dire il vero – e non riesce a riaddormentarsi nel giro di un quarto d’ora, finisce in trappola.
La notte lo cattura, lo scuoia, lo lascia indifeso. Inizia il cervello a masticare pensieri, scegliendo i più indigesti. Poi continua la schiena a dolere e sudare. E poi le mani, a tremolare. Ma è l’udito a giocare i tiri più subdoli.
Brenno è sicuro di sentire dei rumori.

Hyvaa Joulua Thyma!

di Francesco Zanolla – 

C’è Kurtz che mi sussurra “Dai.”
Delicato.
Amorevole, quasi.
E poi c’è il mio dito che accarezza il grilletto.
Altrettanto delicato.
E amorevole.
“Il fucile. Lo devi trattare come una femmina” mi aveva spiegato quando me lo aveva messo tra le braccia.
Una perfetta riproduzione del celebre fucile d’assalto di fabbricazione tedesca Heckler & Koch G3 calibro 7,62.
Almeno era quello che pensavo.

Una rimpatriata

di Davide De Lucca –

Indossato il pigiama, il signor Berto deglutì le medicine della notte con un abbondante bicchiere d’acqua. Emise il tipico verso di chi, dopo una lunga bevuta, è dissetato. Vi aggiunse dei fastidiosi e umidicci suoni fatti con la bocca, già vuotata della dentiera, e si apprestò ad andare a dormire eseguendo la rituale sequenza di spegnimento di tutte le luci dell’appartamento. Vista la giornata calda, aveva lasciato una finestra aperta per rinfrescare il soggiorno.

Voglio essere una tartaruga

di Enrico Losso –

I fari posteriori rossi del SUV oltre il vetro del parabrezza lo stavano ipnotizzando.
Gregorio era incappato in un banco di nebbia insolito per la stagione e si era subito lasciato sorpassare, benedicendo il fatto di non essere solo su quella strada infilata fra i campi e l’argine del fiume.
Era ancorato a quei punti luminosi da più di venti minuti e le palpebre iniziavano a pesare.
Un fruscio alla sua destra gli fece accelerare il battito. Spalancò gli occhi e si rese conto che aveva varcato, per un istante, la soglia del sonno. E già aveva intravisto i riflessi dei primi incubi.

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