Perché di notte il cielo è così buio?

di Matteo Pernini – 

Il fanciullo che, levati gli occhi a un terso cielo notturno, chiedesse ai genitori delucidazioni sulla natura di quel buio, ignorerebbe forse di ripetere un quesito che non mancò di eccitare l’immaginazione di Johannes Kepler, Edmund Halley ed Edgar Allan Poe. Non è raro, in effetti, che i medesimi interrogativi che turbano i sonni delle menti più eccelse, inquietino pure il nostro giudizio, qualora ci si presentino in un baleno di lucidità si tratta unicamente di dar forma ai problemi nel modo corretto.

Ritorno ad Aristotele

di Matteo Pernini –

Nella prima giornata del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1632), Galileo mette in bocca a un offeso e turbato Simplicio la più bolsa difesa immaginabile della dottrina aristotelica, inerente i temi della generazione e corruzione delle cose terrestri:

Io non posso accomodar l’orecchie a sentir mettere in dubbio se la generazione e corruzione sieno in natura, essendo una cosa che noi continuamente aviamo innanzi a gli occhi, e della quale Aristotile ha scritto due libri interi.

Il bordo del Cosmo

di Matteo Pernini –

Vi è un concetto – ci ricorda Borges in un memorabile saggio in cui insegue lo svolgersi di un paradosso nei labirinti della storia umana – che corrompe e altera tutti gli altri: l’infinito. Lo temettero Euclide – che, chiamato a definire la retta, ne fece un segmento prolungabile a piacere, eludendo, così, i rischi di una lunghezza infinita; Escher – che ne chiuse l’orrore in architetture d’incubo; Kafka – che fece della giustizia un punto irraggiungibile.

La tazza e il pendolo

di Matteo Pernini –

Nel 1581, forse annoiato dalle litanie di una funzione liturgica, Galileo prese a osservare il dondolio di un candelabro nella Cattedrale di Pisa. Ipotizzò l’isocronismo delle oscillazioni del pendolo e fece di questa osservazione la base di un nuovo modo per misurare gli intervalli temporali. Nel 1966 John Wheeler e Bryce DeWitt scrissero l’equazione di una teoria quantistica della gravità in cui, per la prima volta, non compariva la variabile tempo, dopo quattro secoli in cui essa aveva dominato la scrittura delle leggi sul moto dei corpi. Sconcertati da questo imprevisto sviluppo – come descrivere l’evoluzione di un sistema, se non nel tempo? – i fisici si impegnarono per investigarne il significato, giungendo, infine, a un ripensamento radicale della nozione comunemente intesa.

La rivoluzione della scienza normale

di Matteo Pernini –

Fu Lewis Carroll il primo a chiedersi in cosa un corvo somigli a una scrivania. Mise la questione in bocca al Cappellaio Matto, ma lasciò l’enigma insoluto. Qualche tempo dopo lo psicologo Joseph Jastrow disegnò un’immagine in cui si poteva indifferentemente riconoscere il muso di un coniglio o quello di un’anatra e precipitò l’umanità nel dilemma delle illusioni ottiche. Come decifrare la figura? La risposta è semplice: occorre circoscrivere un contesto, quello in cui è posta la domanda. Non è questione di banale condizionamento, sebbene gli illusionisti siano maestri nell’arte di piegare le altrui scelte alle proprie esigenze, senza darlo a vedere.

Perché gli atomi sono così piccoli?

  • Digressioni
  • 08/07/2017

di Matteo Pernini –

Col documentario Potenze di dieci (Powers of Ten, 1977) i coniugi Ray e Charles Eames, di professione designer, si inoltrarono in quella vertigine visiva che annoda gli atomi alle galassie, l’infinitamente piccolo all’infinitamente grande. Si tratta di un breve filmato di otto minuti, in cui, come in un quadretto di Google Earth, l’innocua scena di un picnic familiare viene ripresa dall’alto, arretrando, una prima volta, di 10 metri ogni 10 secondi – fino a gettare uno sguardo d’insieme sulla Via Lattea – per poi, in seconda battuta, zoomare fin dentro la mano del campeggiatore, frugando nel vortice di capillari e linfociti sino a precipitare nel nucleo dell’atomo.

Storia e teoria dei cronoviaggi

di Matteo Pernini –

Borges dovette la scoperta di Uqbar alla congiunzione di uno specchio e un’enciclopedia. Io, più banalmente, intuii l’esistenza di una quarta dimensione grazie al sovrapporsi di un dado e un foulard. Il dado era a sei facce e delle dimensioni di un pugno, il foulard di seta rossa. Calato sul dado, il fazzoletto ne celava le superfici numerate, per poi, una volta rimosso, svelare che l’ordine delle facce era cambiato. Una tacita normativa della prestidigitazione mi impedisce di rivelare la strategia del gioco, ma quel che conta è l’effetto che ebbe sulla mia giovane età. Provai a obiettare che il dado fosse stato sostituito, ma la mendacia dei prestigiatori – seppure consanguinei – è proverbiale.

Newton e la Piccola Luna

  • Digressioni
  • 27/12/2016

di Matteo Pernini – 

Già nemica della meraviglia, l’abitudine lo è, ancor più, della scienza. Ciò che è consueto non suscita più alcuna curiosità, mentre l’insolito non cessa di stimolare interrogativi. Basti pensare allo sconcerto che continua a produrre la Teoria della Relatività in noi cresciuti nella rassicurante evidenza del cosmo newtoniano.

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