Come il faggio

di Enrico Losso –

La notte della festa del Santo Patrono il signor L. decise di farla finita.
Dopo tre ore passate a rigirarsi nel letto, su una graticola di sudore, si strappò di dosso il lenzuolo – facendo ben attenzione a non svegliare la moglie che emetteva, di quando in quando, un gorgoglio zoppo dalle labbra – e si mise a cercare a tentoni, tastando il pavimento con la pianta dei piedi, nel buio più pesto, le ciabatte.
Non le trovò, si chiese dove le poteva averle lasciate, lui che era sempre così preciso nel riporre le cose, così ordinato. Si strofinò il viso con le mani. Pensò che quella faccenda lo stava veramente facendo andare fuori di testa, come poche, pochissime altre volte era accaduto durante la sua vita di placido quarantenne. Da qualche mese, con una frequenza altalenante, sentiva degli strani rumori, e sempre di notte. Come se una persona stesse sbuffando. E degli schiocchi, gli stessi che poteva fare lui con le labbra quando era sorpreso. E dei colpetti secchi, di tanto in tanto. All’inizio si era rassicurato pensando a qualche rumore proveniente dalla strada, ma il supplizio era continuato. Una volta si era alzato a controllare tutte le porte, le finestre, perfino il ripostiglio, ma non aveva notato nulla di anormale. In seguito aveva anche svegliato Caterina, la moglie, per chiederle se anche lei avesse sentito. Lei lo aveva quasi schernito, con un mezzo sorriso: «Avrai mangiato troppe rape ieri a cena.»

(L’articolo completo è disponibile nella versione stampata o PDF di Digressioni n. 11 – clicca qui per info)

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