Come un raccoglitore di frutta

di Matteo Zucchi –

Con l’annientamento del tiranno Macbeth, individuo pericoloso e destabilizzante, termina la fase americana della produzione di Orson Welles. Con il funerale del tragicamente ingenuo Otello, l’eterno estraneo, inizia la seconda parte della sua carriera. È a tal punto forse fin troppo facile accettare la vulgata che tende a far coincidere i vissuti del grande regista americano con le sue opere, ma non si può neppure negare il compiacimento con cui egli si mostrò già allora capace come pochi di giocare con l’alone mitico che si andava costruendo attorno a sé.

In mezzo vi fu l’”angelo caduto” Harry Lime, l’enfaticamente presentato antagonista de Il terzo uomo (The Third Man, 1949), nonché il ruolo che rilanciò nel ’50 la carriera attoriale (e poi anche registica) del cineasta. La stella di questi pareva difatti già in declino e molti detrattori, soprattutto negli USA, vedevano il suo volontario “esilio” nel Vecchio Continente come la fine di tutte le sue potenzialità. L’ex-enfant prodige invece iniziò una sequela di viaggi per tutto il globo alla ricerca di ruoli, di primo piano così come esplicitamente alimentari, e soprattutto di fondi per i suoi film, frequentemente iniziati e poi abbandonati al loro destino, mescolando spesso le due attività.

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