Come Wagner, più di Wagner

di Michele Saran –

In musica spessissimo risulta facile parlare di totalità. Quante volte lo sentiamo? “Artista completo”. “Artista totale”. La più tronfia, “Artista a trecentosessanta gradi”. Si dovrebbe riflettere: prendiamo Richard Wagner.
Tutto è totale in Wagner. A cominciare dalla commistione tra vita, avventurosa, nomade, errabonda, addentata con gran voracità a ogni suo lato, e la sua arte. I lasciti, iniziando dal Die Feen (1833) fino ad arrivare alla sacralità assoluta del Parsifal (1877-1882), danno il vertice vocal-operistico del romanticismo come anche di decadentismo e simbolismo. E alcune di esse sono probabilmente le maggiori opere liriche mai scritte a memoria d’uomo. Come la sua più epica, il ciclo del Der Ring des Nibelungen (1848-1874), Tetralogie per gli amici. Dalla potenza del primo capitolo, Rheingold, alla più celebre Walküre, dal superomismo del Siegfried fino all’epilogo, il mitico Valhalla in fiamme in Götterdämmerung, il genio di Bayreuth varca almeno tre confini.

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