E l’uomo inventò l’anima per salvarsi dal nulla

di Eugenio Radin –

“E questo è appunto lo studio e l’esercizio proprio dei filosofi: sciogliere e separare l’anima dal corpo.” La riflessione filosofica riguardante il corpo (per lo meno fino alla comparsa, sul finire dell’Ottocento, del cosiddetto “pensiero negativo”) è sempre stata in una certa qual misura funzionale all’affermazione del primato dell’anima, che nella corporalità trovava soltanto una prigione fisica, corruttibile e imperfetta, di cui, prima o poi, ci si sarebbe liberati. Ecco allora il senso della perentoria affermazione socratica: “l’autentica occupazione del filosofo è quella di prepararsi a morire”, contenuta all’interno del Fedone (testo platonico che costituisce uno dei tópoi fondamentali in cui il concetto di anima viene elaborato): la morte rappresenta il momento in cui l’anima, ovvero la parte perfetta ed eterna dell’uomo, sarà liberata dal suo carcere terreno, ovvero il momento di maggiore interesse per chi, come il filosofo, si sforza di affrancarsi da ogni imperfezione e da ogni pulsione irrazionale.

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