Gustav nel Refugium

di Michele Saran –

Una delle esperienze più profonde e pervasive consentite a noi, tapini esseri terreni, è la sublimazione. Gustav Mahler, in questo, ci è d’inestimabile aiuto. Annotatevi una mezza giornata della prossima estate. Visitate, a discrezione, una qualsiasi località di montagna, preferibilmente alpina o dolomitica, accompagnando le vostre contemplazioni con una qualsiasi delle opere del gran sinfonista boemo, e lasciate che le connessioni tra sconfinate quinte di natura e sconfinate architetture armoniche invadano le sinapsi. Sarà una rinascenza, un appagamento – lo si può dire senza remora di sensazionalismi – del tutto spirituale.

Detta così sembra una ricetta, una sorta di “ricetta fruitiva”, e in un certo senso lo è. Lo chef, chef-d’oeuvre in questo caso, è proprio Mahler. Appassionatissimo di montagna, il nostro diede linfa alla sua dirompente natura di compositore secondo una consuetudine che si consolidò estate dopo estate, e che finì per diventare – per nostra fortuna – una vera modalità. Mahler usava approntare la prima parte della stesura, l’abbozzo, in una località di montagna accompagnata sempre da un lago; una condizione, questa, che gli consentì un completo distacco dalla vita caotica e mondana dell’Opera di Amburgo, dove svolgeva quell’attività di direttore d’orchestra per cui era già da tempo stimato.

(L’articolo completo è disponibile nella versione stampata o PDF di Digressioni n. 2 – clicca qui per info)

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