Il bordo del Cosmo

di Matteo Pernini –

Vi è un concetto – ci ricorda Borges in un memorabile saggio in cui insegue lo svolgersi di un paradosso nei labirinti della storia umana – che corrompe e altera tutti gli altri: l’infinito. Lo temettero Euclide – che, chiamato a definire la retta, ne fece un segmento prolungabile a piacere, eludendo, così, i rischi di una lunghezza infinita; Escher – che ne chiuse l’orrore in architetture d’incubo; Kafka – che fece della giustizia un punto irraggiungibile. Dove, però, esso ci lascia maggiormente smarriti è nel suo farsi attributo dello spazio, come sottinteso in una nota del filosofo pitagorico Archita: “Se mi trovassi nell’ultimo cielo, cioè in quello delle stelle fisse, potrei stendere una mano o la bacchetta al di là di quello, o no? Ch’io non possa, è assurdo; ma se la stendo, allora esisterà un di fuori, sia corpo sia spazio. Sempre dunque si procederà allo stesso modo verso il termine di volta in volta raggiunto, ripetendo la stessa domanda; e sempre vi sarà altro a cui possa tendersi la bacchetta”.

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