Il cristianesimo tintorettiano di Čechov

di Luca T. Barbirati – 

È il braccio aperto della schiavona, disteso, mentre offre l’alzata colma di lupini, ad attirare lo sguardo dell’osservatore. Il suo gesto di offerta quasi oscura il tavolo alle sue spalle che, allungato in diagonale, permette allo Spirito di diffondersi per tutto il telero. Nell’Ultima cena che si può osservare in San Giorgio Maggiore a Venezia, Tintoretto mette in scena non tanto la sua sapienza pittorica, quanto la sacralità popolana che la Riforma non era riuscita a convertire. La schiavona si fa minima tra i servitori – più prostrato di lei è solo il cagnolino ai piedi del tavolo! –, una sua mano prende dal cesto intrecciato e l’altra dà.

Ma Tintoretto non sarebbe il più grande pittore veneziano se si fosse accontentato di ritrarre nature morte con personaggi in trattoria; tutta la sua opera suggerisce un dialogo con il tempo antico, un andirivieni storico che trova approdo nell’attualità. La cesta non è solo un posto in cui poter curiosare, come fa il bellissimo gatto striato, è anche il contenitore che i discepoli di Gesù utilizzarono per raccogliere i pezzi avanzati, affinché nulla andasse perduto della moltiplicazione dei pani.

(L’articolo completo è disponibile nella versione stampata o PDF di Digressioni n. 4 – clicca qui per info)

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