Il linguaggio della malattia

di Eugenio Radin –

“Per me, all’inizio c’è il corpo. È ciò che siamo, ciò che abbiamo. Siamo tutti come degli attori che si agitano sulla scena della vita e la prima cosa che abbiamo sono i nostri corpi fisici, la nostra esistenza fisica. Nei miei film il corpo è sempre al centro. Gli giro attorno come fa un pianeta col sole. Non me ne allontano mai. E se ciò accade, più me ne allontano, meno mi sento sicuro di me. Come se diminuisse la gravità.”
Sembrerebbe paradossale, dopo una tale dichiarazione, la scelta compiuta dal ventitreenne canadese David Cronenberg nel lontano 1966 quando, messo di fronte all’interiore necessità di esternare le proprie pulsioni creative, opta per il cinema come strumento per esprimerle: ovvero proprio per il mezzo artistico più impalpabile, incorporeo e illusorio nella sua capacità di generare immagini. È interessante in effetti, per un cineasta così ossessionato dal tema della corporeità, l’immersione in quella pratica che, come sosteneva Jacques Derrida, pianifica il mascheramento dell’assenza di qualsivoglia materia reale, nascondendo l’inganno di quelle ombre cui però si regala, per un momento, un’impressione di realtà.

(L’articolo completo è disponibile nella versione stampata o PDF di Digressioni n. 3 – clicca qui per info)

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