Il prezzo della vanità

di Annarosa Maria Tonin –

Château de Colombes, settembre 1669.
Dicono che io sia una piccola donna ormai anziana, del tutto ordinaria, e al mio cospetto non siano più necessari il garbo e l’ossequio. Dicono che, se non vivessi qui, in un castello a due leghe da Parigi, apparirei come una delle donne che si recano al mercato settimanale o alla fiera annuale che re Luigi, mio nipote, ha concesso di tenere ai cittadini di Colombes. Dicono che io stia morendo, ma non lo decidono gli altri il momento.
Il mio cuore non ha mai abbandonato Dio. Ramingo, invece, è stato il mio corpo, sempre insieme ai miei figli, almeno fino a quando essi mi hanno voluta.
Da nove anni Carlo è re, anche se i sudditi leali, l’esercito e la flotta, che ho raccolto per anni intorno agli Stuart, lo hanno già acclamato nel momento in cui la testa del re suo padre è rotolata sotto la scure del boia. Sia lode a Dio, perché gli Stuart sono tornati. Egli avrà già punito i traditori.
Dicono che io mi occupi ancora troppo di politica. E non ne ho diritto? Figlia di re Enrico, assassinato quando avevo cinque mesi, moglie di un re decapitato, madre e zia di sovrani, ora nonna di futuri sovrani, sono circondata da servitori che nemmeno conosco.

(L’articolo completo è disponibile nella versione stampata o PDF di Digressioni n. 7 – clicca qui per info)

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