La forma (in esperanto) del rock a venire

di Michele Saran –

La storicizzazione delle origini del rock, si sa, è fenomeno di dominio pubblico. Dal country e dal blues si passa agli acid trip della Baia, alle comuni hippy e ai festival psichedelici, a Woodstock, a Hendrix. Però, come in molte delle storie basate sull’evoluzione di un fenomeno ampio e sfaccettato, vi possono essere uno o più bachi, vuoti di memoria collettiva che sorvolano su snodi altrimenti nevralgici. E in questo caso quegli snodi si chiamano in un solo modo: ESP-Disk. Agli inizi dei 60, Bernard Stollman, avvocato fresco di studi di legge alla Columbia (che già lavorava come legale per certi Charlie Parker e Billie Holiday), decide di registrare un disco di poesie e canzoni tradizionali in esperanto. Il long-playing, Ni Kantu En Esperanto (1964), sarà lo starting point della sua idea, una casa discografica (“ESP” abbrevia “esperanto”, appunto) dedicata esclusivamente alla musica sperimentale, e una particolare attenzione al suo grande amore di gioventù, la musica jazz.

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