La grande delusione

di Matteo Zucchi –

A oramai più di un secolo dalla Rivoluzione d’Ottobre l’eco di quegli avvenimenti, reazione alla Prima Guerra Mondiale e quindi definitivo incipit del “secolo breve”, pare essersi quasi chetato. Mentre la rimozione di una così impegnativa memoria storica sembra essere la via scelta dalla madre Russia, nel resto del mondo non sono più in pochi a mettere in dubbio il carattere effettivamente rivoluzionario di ciò che avvenne tra il 6 e il 7 novembre 1917, anche col favore di buone argomentazioni, a differenza di ciò che si può dire a sfavore della rivoluzione estetica sviluppatasi in concomitanza a quegli eventi e negli anni successivi. Per quanto sempre meno ricordata, al più parodiata, l’avanguardia sovietica fu la più eterogenea fra le avanguardie del primo Novecento, la più prolungata (intendendo precisamente la fase propositiva) e la più sfortunata. D’altronde il clima culturale del paese zarista era in subbuglio già nel periodo precedente la guerra (si pensi alle ricerche di Stanislavskij o di Skrjabin) e l’evento traumatico che essa fu non poté che dare infine sfogo alle innumerevoli istanze, sociali così come estetiche, di una nazione fin troppo a lungo oppressa.

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