La rivoluzione di “Viaggio in Italia”

di Matteo Pernini –

Notava il critico Harold Bloom che per taluni scrittori non si può parlare di una evoluzione stilistica; i loro esordi procedono sicuri, insuperabili quanto le opere della maturità. Vi sono, similmente, registi che non hanno bisogno di seguire uno sviluppo, la cui immaginazione è già pienamente formata all’inizio della carriera. Roberto Rossellini è tra questi. Dei suoi film non si può dire che siano migliorati col tempo, l’esercizio, la pratica dello sguardo; se in essi riconosciamo un certo ordine di merito, ciò è dovuto unicamente alla maggiore o minore intensità con cui l’ispirazione si è insinuata tra le maglie dell’opera. A ben vedere, Rossellini ha continuato, per tutta la vita, a girare il suo primo o ultimo film. Dell’esordio le sue opere possiedono la sfrenatezza e un’incontenibile urgenza espressiva; della pellicola di fine carriera quell’aria sbilenca e inquieta della sincerità non mediata.

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