La tazza e il pendolo

di Matteo Pernini –

Nel 1581, forse annoiato dalle litanie di una funzione liturgica, Galileo prese a osservare il dondolio di un candelabro nella Cattedrale di Pisa. Ipotizzò l’isocronismo delle oscillazioni del pendolo e fece di questa osservazione la base di un nuovo modo per misurare gli intervalli temporali. Nel 1966 John Wheeler e Bryce DeWitt scrissero l’equazione di una teoria quantistica della gravità in cui, per la prima volta, non compariva la variabile tempo, dopo quattro secoli in cui essa aveva dominato la scrittura delle leggi sul moto dei corpi. Sconcertati da questo imprevisto sviluppo – come descrivere l’evoluzione di un sistema, se non nel tempo? – i fisici si impegnarono per investigarne il significato, giungendo, infine, a un ripensamento radicale della nozione comunemente intesa.
Esistono, in effetti, idee che maneggiamo con invidiabile noncuranza nella vita quotidiana, parole che ci appartengono, che mai inducono in noi un sospetto quando fanno capolino nel mezzo di un discorso. Chiamati, però, a fissare questi concetti nella gabbia di una definizione, ad andare a fondo nel loro significato, rischieremmo la vertigine.

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