L’effetto notte di Patrick Daughters

di Massimo Versolatto – 

Nella fase di pre-produzione di un’opera audiovisiva ci si interroga spesso – a maggior ragione nei casi in cui il budget a disposizione sia limitato – sul numero di sequenze ambientate di notte, sulla loro necessità di illuminazione artificiale e su come l’uso di quella luce possa creare l’atmosfera voluta. A volte si sceglie di girare con luce diurna, applicando uno speciale “effetto notte” che scurisce le immagini. Questo particolare effetto ha una storia di lungo corso, si utilizzava infatti già ai tempi del cinema muto, quando le pellicole erano molto poco sensibili e dopo il tramonto praticamente non vedevano nulla. Le riprese venivano dunque realizzate di giorno con l’uso di filtri scurenti che, dopo l’avvento del colore, erano caratterizzati anche da una tonalità bluastra. In tempi ancora più recenti, le riprese diurne venivano lavorate in post-produzione agendo su luminosità e contrasti. L’effetto vide negli anni un’ampia diffusione, sovrautilizzato in molte produzioni a basso budget, exploitation vari degli anni ‘70 o, più in generale, nel meraviglioso mondo dei B Movie. Oggi in realtà vi si ricorre di meno, anche grazie al supporto di una capacità tecnologica superiore – l’uso del digitale ha consentito una “visibilità” notturna più alta rispetto alla pellicola.

(L’articolo completo è disponibile nella versione stampata o PDF di Digressioni n. 8 – clicca qui per info)

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