L’e(ste)tica dello sguardo e l’invenzione dei soffitti

di Matteo Pernini –

Che il cinema non fosse il banale compendio in immagini di un testo a monte, lo sapevamo già prima che Jean-Luc Godard iniziasse il rosario delle sue deliziose insolenze. Che la critica cinematografica fosse anzitutto un regolamento di conti con se stessi, lo abbiamo appreso dalla Nouvelle Vague. Di questa assistiamo, oggi, a un inverecondo revisionismo, operato nel chiacchiericcio inconsistente, al lumicino di una critica miope, bardata di ragionevolezza e disposta a discutere, purché su basi storiche; quasi la Nouvelle Vague fosse un fenomeno di costume, un breve interludio di cui si possano circoscrivere con precisione date, affiliati, precursori ed epigoni. L’operazione è consueta, eppure sinistra: fare del movimento che al tramonto degli anni Cinquanta raccolse un gruppetto di critici orbitanti attorno ai Cahiers du Cinéma di André Bazin, che di lì a poco sarebbero passati dietro la macchina da presa, un contenitore dalle rigide pareti e del suo nome un’etichetta; rendicontarne l’esperienza in una lista puntata di virtù e demeriti, considerando il fenomeno implicitamente chiuso, valutabile in un’equa prospettiva all’interno del più grande movimento della Storia.

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