Line di Israel Horovitz

di Cinzia Agrizzi –

“Naturalmente il primo posto non è che un’illusione: nessuna linea ha un capo. Dobbiamo però continuare a credere che ci sia un primo posto, altrimenti come potrebbe esistere la competizione?”. Così Ionesco, sbattendoci in faccia la porta di un’irritante presa di coscienza, ci presenta Line (1971) di Israel Horovitz, la più lunga produzione off-Broadway, ininterrottamente rappresentata al 13th Street Repertory Theater di New York dal 1974. La pièce, al di là della sua longeva fortuna, scorge nel conflitto il dispiegarsi della pulsione egocentrica alla conquista del primo posto, sicché la competizione sembra essere l’unica occasione di esistere o quanto meno ne dilata l’orizzonte di senso. Forse un legittimo desiderio di autorealizzazione e affermazione, che si tramuta, però, in illusione narcisistica, “di tre gradi lontana dalla verità”1, tanto incantevole e rassicurante quanto logorante e demolitrice, se non suicidaria, totalmente incapace di riconoscere la necessità e la dipendenza dall’Altro.

Stephen, Fleming, Molly, Dolan e Arnall sono i cinque protagonisti di Line, nei quali Horovitz riflette i tempi e i modi della società contemporanea, bieca, individualista, certa di bastare a se stessa e vittima
(in)consapevole della propria bestiale condizione, irrimediabilmente sopraffatta dagli istinti di un Es amorale e crudele. I personaggi, tutti in fila per nessuna apparente ragione al di là di una spessa linea di adesivo bianco fissata sul palco, si sfidano a colpi di inganni e bassezze, spinti dalla lancinante urgenza di occupare un irraggiungibile quanto inesistente prima posizione in testa alla fila.

(L’articolo completo è disponibile nella versione stampata o PDF di Digressioni n. 5 – clicca qui per info)

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