Lingue di terra

di Gian Pietro Barbieri –

Credo che la solidarietà tra pessimisti sia una forma di ironico ottimismo, un valore trascendentale, e credo che lo scambio di considerazioni sulla miseria umana sia in grado di dare un’energia capace di riproporre un qualche riscatto. Credo nella poesia di Luciano Cecchinel. Ho sempre pensato che Cecchinel fosse un “poeta necessario” eppure impossibile da proporre per l’asperità della lingua usata per le sue raccolte (il dialetto arcaico di Revine Lago), per la sceneggiatura delle sue composizioni (i resti sbrindellati di una fantomatica umanità contadina), per l’apparente marginalità delle sue prospettive, in un paesaggio remoto, senza (più) tempo. Lo vedevo chiuso anche figurativamente dalle quinte della sua valle in cui risuonava la voce.

(L’articolo completo è disponibile nella versione stampata o PDF di Digressioni n. 11 – clicca qui per info)

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