Quella magnifica cinquina

di Michele Saran –

Tempi di populismi, limitata realpolitik, materia ideologica piccola e tossica. Meglio allora riscoprire di quando essere nazionalisti aveva un senso forte di rinnovamento, rappresentava la fuoriuscita da sclerotizzazioni e accademismi, e possedeva una missione di diffusione artistica e culturale. Portiamoci nella “Matuška Rossija”, la Russia della seconda metà del 1800. Gli ambienti musicali dell’epoca sono dominati dal recepimento dei modelli delle grandi scuole europee, in primis quella tedesca. A Pietroburgo, sede del massimo conservatorio nazionale, si affermano incontrastate due personalità: Anton Rubinstein, direttore e pianista, e il suo più esimio allievo, Pëtr Il’ič Čajkovskij (il “meno russo” dei compositori, come è stato definito). Non che la tradizione folclorica non faccia parte della loro sensibilità – si ascoltino certi momenti del Ščelkunčik (1892) o l’attacco della Pateticheskaya (1893) –, ma non è che un dettaglio all’interno di una costruzione aulica, un’elezione intellettuale perlopiù fondata sull’ideale di classicismo.

(L’articolo completo è disponibile nella versione stampata o PDF di Digressioni n. 10 – clicca qui per info)

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