Quelle (im)possibili armonie

di Michele Saran –

C’è una musica sgorgante quasi esclusivamente dall’atto dell’ascolto, e dalla sua natura, dalla mente e le sue molteplici suggestioni, non trascritta sullo spartito ma in qualche modo ugualmente prevista dal compositore, una volta data in pasto agli esecutori. Pensiamo, insomma, a delle illusioni acustiche, soltanto elevate al rango di prassi creativa e dotate dello spessore dell’arte colta. Quell’antico “terzo suono” di Tartini (l’ulteriore suono percepito dall’unione di due note in particolari intervalli) che ha trovato terreno fertile in certune cadenze – particolarmente virtuosistiche – previste nei concerti per strumento ad arco e orchestra, nel Novecento musicale, secolo di recupero “par excellence”, ha preso coscienza di sé. È salito in cattedra e ha reinterpretato lo smarrimento dell’uomo coevo.

La scuola viennese, da Arnold Schönberg al suo allievo più arguto, Anton Webern, ha iniziato, e delineato attraverso i geni di Messiaen, Gerhard, Boulez, e il (purtroppo) misconosciuto Skalkottas, una delle strade maestre alla liberazione armonica del Novecento. Ci si svincola dallo strapotere della tonalità.

(L’articolo completo è disponibile nella versione stampata o PDF di Digressioni n. 5 – clicca qui per info)

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