Storia e teoria dei cronoviaggi

di Matteo Pernini –

Borges dovette la scoperta di Uqbar alla congiunzione di uno specchio e un’enciclopedia. Io, più banalmente, intuii l’esistenza di una quarta dimensione grazie al sovrapporsi di un dado e un foulard. Il dado era a sei facce e delle dimensioni di un pugno, il foulard di seta rossa. Calato sul dado, il fazzoletto ne celava le superfici numerate, per poi, una volta rimosso, svelare che l’ordine delle facce era cambiato. Una tacita normativa della prestidigitazione mi impedisce di rivelare la strategia del gioco, ma quel che conta è l’effetto che ebbe sulla mia giovane età. Provai a obiettare che il dado fosse stato sostituito, ma la mendacia dei prestigiatori – seppure consanguinei – è proverbiale. Se, dunque, il dado era lo stesso, doveva aver subito una metamorfosi, ma in quale momento? Le facce erano gradualmente sfumate o il cambio era stato istantaneo? Mi accorsi che era possibile raccogliere gli istanti di tempo in punti ordinati uno dopo l’altro su una retta, cosicché a ciascuno corrispondesse uno stato dell’oggetto; uno dei punti nascondeva la chiave del mistero.

Leggere La macchina del tempo di H. G. Wells mise ordine nella mia confusione. Nel primo capitolo l’inventore espone ai convitati alcune riflessioni: una linea geometrica, cioè priva di spessore, non ha esistenza reale e lo stesso vale per una superficie, che è un insieme di linee; pertanto, neppure un cubo – insieme di superfici – si potrà dire esistente, a meno di assegnargli una durata.

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