Come il faggio

di Enrico Losso –

La notte della festa del Santo Patrono il signor L. decise di farla finita.
Dopo tre ore passate a rigirarsi nel letto, su una graticola di sudore, si strappò di dosso il lenzuolo – facendo ben attenzione a non svegliare la moglie che emetteva, di quando in quando, un gorgoglio zoppo dalle labbra – e si mise a cercare a tentoni, tastando il pavimento con la pianta dei piedi, nel buio più pesto, le ciabatte.
Non le trovò, si chiese dove le poteva averle lasciate, lui che era sempre così preciso nel riporre le cose, così ordinato. Si strofinò il viso con le mani.

Febe

di Enrico Losso –

Lo trovi su una panchina del parco.
Se ne sta aperto, mostrando ai passanti il suo cuore d’inchiostro. Una brezza dolce si diverte a sfogliare le pagine, ora lenta, ora spostandole a gruppi. Rimani in piedi a guardarlo, per qualche minuto, come se potesse cederti il posto.
Alla fine ti siedi, un po’ distante, sempre con lo sguardo fisso su di lui. Lo prendi, accarezzi la copertina marrone, ne annusi l’odore.

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