Quella magnifica cinquina

di Michele Saran –

Tempi di populismi, limitata realpolitik, materia ideologica piccola e tossica. Meglio allora riscoprire di quando essere nazionalisti aveva un senso forte di rinnovamento, rappresentava la fuoriuscita da sclerotizzazioni e accademismi, e possedeva una missione di diffusione artistica e culturale. Portiamoci nella “Matuška Rossija”, la Russia della seconda metà del 1800.

Senti come ti ritorno in bolla

di Michele Saran –

C’erano una volta forma-sonata e forma-concerto, con tutta probabilità le strutture (finora) più fertili e significative della musica occidentale. Franz Joseph Haydn, padre di entrambe, riassunse modi e forme della musica barocca ormai agli sgoccioli in un qualcosa di potentemente logico nella sua semplicità.

Quelle (im)possibili armonie

di Michele Saran –

C’è una musica sgorgante quasi esclusivamente dall’atto dell’ascolto, e dalla sua natura, dalla mente e le sue molteplici suggestioni, non trascritta sullo spartito ma in qualche modo ugualmente prevista dal compositore, una volta data in pasto agli esecutori. Pensiamo, insomma, a delle illusioni acustiche, soltanto elevate al rango di prassi creativa e dotate dello spessore dell’arte colta. Quell’antico “terzo suono” di Tartini (l’ulteriore suono percepito dall’unione di due note in particolari intervalli) che ha trovato terreno fertile in certune cadenze – particolarmente virtuosistiche – previste nei concerti per strumento ad arco e orchestra, nel Novecento musicale, secolo di recupero “par excellence”, ha preso coscienza di sé.

Un accumulo di spettacolo

di Raffaele Indri –

Se il rock è stato il genere che ha occupato meglio il commercio della musica nella seconda parte del ventesimo secolo, sembra che l’hip hop sia destinato ad affermarsi come il suo successore in un futuro prossimo. È inevitabile che l’hip hop sia arricchito di tutta un’affascinante dimensione “extra-musicale.” I membri più giovani della società dello spettacolo che Debord aveva previsto nel suo celebre saggio oggi fagocitano le storie Instagram dei propri idoli musicali e ne imitano ossessivamente il vestiario.

Time Out – The Dave Brubeck Quartet

di Stefano Bonato –

Il convoglio viaggiava lento e in quel tratto non c’erano binari che avrebbero potuto far sfilare treni in direzione contraria. Lento e ciondolante, il treno stava attraversando una regione arida, sinistra e complicata. Ma era Dave ad essere “complicato” in quel momento.
Sì, era per via di EightJune.

Gustav nel Refugium

di Michele Saran –

Una delle esperienze più profonde e pervasive consentite a noi, tapini esseri terreni, è la sublimazione. Gustav Mahler, in questo, ci è d’inestimabile aiuto. Annotatevi una mezza giornata della prossima estate. Visitate, a discrezione, una qualsiasi località di montagna, preferibilmente alpina o dolomitica, accompagnando le vostre contemplazioni con una qualsiasi delle opere del gran sinfonista boemo, e lasciate che le connessioni tra sconfinate quinte di natura e sconfinate architetture armoniche invadano le sinapsi. Sarà una rinascenza, un appagamento – lo si può dire senza remora di sensazionalismi – del tutto spirituale.

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