Attorno a una radice di pietra

di Diego Tonini –

Ho viaggiato attraverso le terre antiche, quelle che conservano le vestigia della nostra civiltà, ho cacciato topi mutanti e mangiato radici amare, contaminate da chimiche di cui non ricordo più la formula. Ho respirato l’aria velenosa, la polvere del vecchio mondo distrutto che il vento non lascia posare, come volesse che i pochi di noi rimasti non dimentichino, ma gli uomini hanno la memoria corta e, anche quando ricordano, tengono solo ciò che gli piace.

L’albero sospeso

di Matteo Moscarda –

Quando ho saputo di Gaia, quasi per caso, all’improvviso tutta la nostra frequentazione e la sua stessa esistenza hanno acquistato un nuovo significato. Ogni parola, ogni fisima, ogni ossessione, ho potuto finalmente leggerle sotto la giusta prospettiva, e ciò che un tempo mi era parso un coagulo di manie ingiustificate è diventato la rappresentazione di una logica coerente e disperata.

Come il faggio

di Enrico Losso –

La notte della festa del Santo Patrono il signor L. decise di farla finita.
Dopo tre ore passate a rigirarsi nel letto, su una graticola di sudore, si strappò di dosso il lenzuolo – facendo ben attenzione a non svegliare la moglie che emetteva, di quando in quando, un gorgoglio zoppo dalle labbra – e si mise a cercare a tentoni, tastando il pavimento con la pianta dei piedi, nel buio più pesto, le ciabatte.
Non le trovò, si chiese dove le poteva averle lasciate, lui che era sempre così preciso nel riporre le cose, così ordinato. Si strofinò il viso con le mani.

Il melo nano

di Gianluigi Bodi –

Quando la voce dall’altro capo del telefono chiuse la conversazione, Carlo appoggiò il cellulare sul tavolo della cucina e tornò in bagno. La vasca era quasi piena, si spogliò ed entrò in acqua. L’uomo gli aveva detto di chiamarsi Francesco, di aver passato interi pomeriggi con lui a giocare a biliardo alla Casa del Popolo, ma Carlo non riusciva a ricordarsi quella voce, né il volto dell’interlocutore. Erano da poco passate le nove di sera, Francesco lo stava  cercando da due giorni e finalmente aveva trovato il numero.

Non ancora

di David Valentini –

Ho sognato che eri ancora vivo.
Eravamo al centro commerciale, ti tenevo per mano mentre mi tiravi per portarti nel negozio di giocattoli. Ti dicevo di fare piano, ma tu mi chiamavi per nome e continuavi a strattonarmi. Me lo compri?, dicevi. Me lo compri?
Poi non me lo ricordo come continuava, credo che a quel punto mi sono svegliata.

Congetture sopra uno scheletro

di Francesco Zanolla –

Alla fine Ismaele l’aveva presa.
I vecchi del villaggio, all’epoca poco più che mocciosi, la ricordano ancora quella mattina. È un ricordo sbiadito, che si perde spesso tra bave e biascicamenti, ma che non cessa di riaffiorare dalle acque della memoria, torbide come quelle della baia dopo le tempeste invernali.
Qualcuno ricordava le discussioni feroci su quel che andava fatto, perché magari era stato spedito dalla propria madre a recuperare il padre o un fratello alla Tana della Murena, prima che la cena si raffreddasse troppo.

La rovesciata

di Enrico Losso –

…che vedere il mondo a rovescio è pure divertente, anche se io sono un tipo coi piedi per terra: mi è capitato poche volte nella mia vita, quante? Boh, quattro-cinque volte mi sa: la prima, sicuro, ero piccolo, sulla giostra del paese, quella che faceva il giro della morte – tutti fregavano la cicciona mezza cieca che staccava i biglietti e io l’unico idiota che pagava – e mi ero sganasciato a vedere il campanile dell’oratorio che si reggeva sulla punta, e il prete sulla pelata; poi, sulla spalliera alla scuola media, che ero uno dei pochi a riuscirci; poi, a fare il deficiente col bungee jumping, che l’avevano appena piazzato in riviera e dovevo conquistare la Marlene, e poi oggi in campo.

Autogol (o El Samba del Radiator)

di Davide De Lucca –

Lo sport non è avaro di storie esaltanti, imprese al limite dell’eroico, grandi vittorie e amare sconfitte, cadute e ripartenze. Alcune di queste vicende si intrecciano alla Storia, altre restano sconosciute o ricordate solo dagli appassionati, ma altre ancora vengono ingiustamente dimenticate, come quella di João Pinto do Nashoeira, detto El Radiator per la sua scarsa mobilità in campo.

Guardrail

di Alessandro Mambelli –

La donna dall’età indefinibile indossava un cardigan rosso di lana sopra una camicia blu a fiori, una gonna di velluto a coste e delle calze bianche, alte fino al polpaccio, infilate in un paio di ciabatte distrutte; le dita, nodose come rami secchi, erano appoggiate al guardrail su cui sedeva guardando nel vuoto.

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