Traduzione e ospitalità

di Eugenio Radin –

Sembra che gli antichi greci non amassero tradurre. La barriera insuperabile, qui come altrove, risiedeva nel fatto che, nella loro oplitica superiorità, le piccole poleis elleniche considerassero le altre lingue prive di λόγος (logos) e, dunque, incapaci di ragionamento. Per essi insomma, i linguaggi stranieri non possedevano molto più valore di un incomprensibile tartagliare barbarico.
Fu invece Roma a rendersi conto per prima delle possibilità dell’acquisizione linguistica: ma le versioni dal greco di un Orazio o di un Properzio sono in realtà ancora assai distanti da ciò che oggi siamo soliti chiamare traduzione. Piuttosto, la pratica del “vertere barbare”, aveva la finalità di ampliare i confini intellettuali dell’impero. Come farà notare Nietzsche quasi due millenni dopo:
In verità si conquistava allorquando si traduceva – non solo trascurando l’elemento storico, ma aggiungendo l’allusione al presente, cancellando soprattutto il nome del poeta e mettendo il proprio al posto di quello – non già col sentimento del furto, bensì con l’ottima coscienza dell’imperium Romanum.

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER - ti aggiorneremo sulle novità della nostra rivista 

logo-digressioni-full

DIGRESSIONI - TRIMESTRALE CARTACEO DI CULTURA

Reg. Tribunale Udine n. 19/16

info@digressioni.com |