Un accumulo di spettacolo

di Raffaele Indri –

Se il rock è stato il genere che ha occupato meglio il commercio della musica nella seconda parte del ventesimo secolo, sembra che l’hip hop sia destinato ad affermarsi come il suo successore in un futuro prossimo. È inevitabile che l’hip hop sia arricchito di tutta un’affascinante dimensione “extra-musicale.” I membri più giovani della società dello spettacolo che Debord aveva previsto nel suo celebre saggio oggi fagocitano le storie Instagram dei propri idoli musicali e ne imitano ossessivamente il vestiario. Il videoclip è dunque uno degli strumenti essenziali della musica pop, ma pure di più: è la forma essenziale attraverso cui essa sarà distribuita in futuro nonché l’aspetto che diverrà più rilevante per chi voglia emergere e ottenere un pubblico quanto più vasto. L’importanza di questa vetrina raggiunge quasi il parossismo nel videoclip di The Race del rapper texano Tay-K. La scena si apre col cantante in primo piano, mentre sullo sfondo appeso a un palo c’è il suo manifesto da ricercato: il video, dove Tay-K si impegna a ripetere i segni delle gang criminali americane, è stato infatti girato quand’era latitante, mentre fuggiva dal sistema legale che stava decidendo se processarlo con l’eventualità della pena di morte. Inutile dire che queste immagini hanno avuto un effetto bipolare sul cantante diciassettenne – da un lato gli hanno concesso un pubblico vasto (che ha evidentemente anteposto alla realtà una serie di immagini gloriose, tronfie, in un certo senso pure originali, ma in definitiva false), mentre dall’altro non lo faranno sembrare innocente né redimibile al giudice e alla giuria popolare con cui dovrà confrontarsi.

(L’articolo completo è disponibile nella versione stampata o PDF di Digressioni n. 4 – clicca qui per info)

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