Visioni e tentazioni

di Laura Cuzzubbo – 

L’uomo medievale ama la luce. Dio è luce ed è divino ciò che emana luce, la quale entra perciò a fiotti nelle cattedrali gotiche. Il medioevo apprezza quindi le tinte vivaci e l’oro, in arredi sacri, monili e pale d’altare. A differenza del mondo attuale che predilige il pacifico blu, il colore eletto del medioevo è il rosso, colore del lusso, indossato dai ricchi e, fino al XIX secolo, dalle spose contadine. E ancora, la Regola di San Benedetto impone ai monaci che il dormitorio sia illuminato fino all’alba. Anche la letteratura esprime ammirazione per la luce, tanto che, nella Chanson de Roland, le armature, dei paladini come del nemico, spesso luccicano; parimenti, il motivo ricorrente del locus amoenus è scandito dalla presenza di acque chiare e aria fresca. Per contro, l’oscurità è sovente sinonimo di smarrimento, spirituale e non: Dante si perde in una “selva oscura”, rappresentazione del vizio, e Pietro e l’Agnolella, nella terza novella della V giornata del Decameron, durante la loro fuga d’amore, si salvano dai pericoli di una fitta foresta solo al sorgere del sole. La notte dunque, con le sue tenebre, è l’antitesi dell’ideale luminoso a cui aspirano gli uomini del medioevo i quali si adoperano per domare il buio, seppur con pochi e modesti mezzi, come torce quando ci si appresta a viaggiare nottetempo, lampade a olio o sevo in abitazioni e chiese, vetri alle finestre.

(L’articolo completo è disponibile nella versione stampata o PDF di Digressioni n. 8 – clicca qui per info)

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