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Nel nuovo numero di Digressioni

La metropoli moderna tra stradari e flânerie

di Alberto Trentin

Quella di Kees Popinga, dipinta da Georges Simenon in uno dei suoi cosiddetti “romanzi duri”, è la figura di un uomo in fuga solitaria. Un uomo che ha vissuto per quasi quarant’anni una vita irreprensibile, screziata al più da qualche remota fantasia, condotta in modo uniforme e sicuro come fosse appoggiata sugli stessi binari sui quali corrono, indifferenti alle umane sorti, eppure così ardentemente simbolo dell’umana tecnica e dell’umano progresso, i treni notturni che egli vede passare e nei quali gli pare di scorgere qualcosa di strano, indefinibile eppure vizioso. Un uomo che a un evento improvviso e incontrollabile reagisce in modo altrettanto imprevedibile, dando alla corsa placida della sua esistenza una decisa accelerata verso la dissoluzione.

L’incarico

di Enrico Losso

«Certo non è saggio lasciare in casa, soli, una nonna decrepita e un nipote che appena ora incomincia a cambiare i denti. La colpa di ciò che può accadere non ricadrà su loro due, ma sugli altri.»
Le parole di Don Ninni lo raggiunsero piano piano, a volute acri, come il fumo che esalava dalla sua bocca. Ne percepì l’odore grave, anche se non ne aveva afferrato il senso.
Pietruzzo sapeva che Don Ninni amava essere enigmatico. Gli avevano detto che faceva così per creare soggezione in chi doveva obbedire ai suoi ordini e che per questo veniva chiamato ‘a Sibilla.
Per capire dove vuole andare a parare ci vorrebbero le Mappe di Gugol, si disse.
La soluzione per stare al suo cospetto era una sola: essere veloci con la testa.
E lui doveva essere all’altezza.

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