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Back to the Past

Svegliarsi dopo un incubo lungo trent’anni

di Matteo Zucchi

Guarda com’è felice. Alla sua età può farsela addosso quando vuole.

Io non potrei mai farla franca.

It Follows (David Robert Mitchell, 2014)

Luci al neon, colori primari sgargianti e al contempo soffusi, sonorità calde, avvolgenti e sintetiche, eccessi melodrammatici, estetiche barocche e ridondanti, un’atmosfera placidamente decadente, da fine impero. Sono questi alcuni dei tratti principali che la contemporaneità offre ripetutamente ai nostri sensi, andando a comporre una serie di estetiche tanto differenti nei propri sviluppi quanto accomunate dai medesimi modelli culturali e artistici. L’ultimo decennio si è ampiamente rifatto agli anni ‘80 per creare un proprio orizzonte percettivo e creativo, tanto da non rendere così inopportuna l’affermazione per la quale, se gli anni ‘00 sono stati gli anni ‘90 con un decennio in più, gli anni ‘10 sono gli ‘80 ritornati dopo un sonno di 30 anni.

Per quanto si possa obiettare che il fascino del decennio dell’edonismo reaganiano (e la versione de’ noantri delle “città da bere”) non sia mai tramontato, anche perché molti dei principali autori, perlomeno parlando del cinema, della nostra epoca iniziarono la loro produzione, o ne raggiunsero l’acme, proprio in quegli anni, si può identificare con una certa precisione la nascita di una vera e propria retromania tra il 2009 e il 2011. Partendo dal biennio in questione l’estetica accennata in esergo si è pian piano imposta nel panorama culturale fino a divenire pienamente mainstream intorno al 2015, coincidendo con l’anno futuristico rappresentato in Ritorno al futuro 2 (Back to the Future Part II, 1989) di Robert Zemeckis. La saga in questione è d’altronde non casualmente fra i principali riferimenti cinematografici della produzione citazionista contemporanea, come si evince anche dal recente film del sodale Steven Spielberg, Ready Player One (2018), vera e propria summa della maniera ottantiana di cui i due registi succitati hanno contribuito a loro tempo a gettare le fondamenta.

Sebbene il cinema non possa più vantare la centralità nell’agone mediale, come ancora avveniva negli anni ‘80, resta questo il mezzo espressivo che ha più contribuito a diffondere e caratterizzare questa moda. Uno dei principali e più frequentemente citati esempi è Drive (2011), opera della consacrazione internazionale di Nicolas Winding Refn, guarda caso considerato uno dei più influenti cineasti contemporanei, il cui spunto narrativo, che tanto deve al cinema dei tardi anni ‘70, si fonde con suggestioni attuali in una sovrabbondante estetica anni ‘80. Mentre Refn ha sviluppato quest’ultima con i suoi film successivi fino a portarla al parossismo di The Neon Demon (2016), la cui astrazione non può che dirsi contemporanea e quindi, forse, la definitiva sublimazione di questo stile, altri cineasti ne hanno imitato la malinconica patina di luce al neon, specialmente nel contesto del cinema horror, il quale ha visto il rinascere del sottogenere eighties per antonomasia, lo slasher, ma anche una delle prime opere della corrente, House of the Devil (Ti West, 2009).

Il terzo film del regista americano, pur ispirandosi in primis all’horror demoniaco dei decenni precedenti, è difatti una delle primissime pellicole a mostrare un’adesione, in questo caso quasi fisiologica, all’estetica ottantiana, oltre a dimostrare quanto il genere si presti a essa – complice probabilmente l’importanza che ebbe nel contribuire a definirla allora. Difatti recentemente il più noto autore letterario del genere, Stephen King, ha ottenuto una considerazione che non aveva dai primi anni ‘90, come si può evincere dalla sequela di adattamenti nell’ultima decade. Culmine di questa serie, ed esempio decisamente calzante, è la trasposizione in due parti del cult It (1986), in cui la rappresentazione mitica degli anni ‘80 è determinata dalla scelta di postdatare l’ambientazione, connotando così il decennio in questione (che nel romanzo era il disilluso presente dei protagonisti adulti) come il malinconico regno dell’infanzia. L’enorme successo del film fa il paio con quello di una delle più celebrate serie contemporanee, Stranger Things (2016-), la quale si accoda alla medesima interpretazione del decennio.

Se gli eighties godono all’interno di queste opere di una raffigurazione degna di un paradiso perduto e di un’età dell’innocenza ormai smarrita (la naivéte tipica di quel periodo, d’altronde), al contempo non si può ignorare quanto siano onnipresenti mostri e malvagità in questi prodotti. Ciò suggerisce che in un qualche modo la rappresentazione regressiva del decennio serva anche a esorcizzarne in forma esplicita i demoni, in virtù del fatto che molte delle matrici dell’attuale crisi della civiltà occidentale si trovano proprio in quella presunta età dell’oro. Un’altra caratteristica peculiare di questa retromania è la sua origine, a discapito dell’ambientazione sempre statunitense, in buona parte europea, come si può evincere dalla produzione di Refn e suoi vari epigoni, ma anche dalla consistente corrente musicale che rielabora il mood tipico del synthpop anni ‘80. Riunito sotto il nome di synthwave (o retrowave) vi è un consistente gruppo di musicisti, prevalentemente francesi, i quali hanno saputo rielaborare l’house dei Daft Punk in una chiave melancolica e cinematografica.

Palesando i propri punti di riferimento culturali fin dagli pseudonimi, artisti come Carpenter Brut o Hollywood Burns hanno dimostrato la preminenza dell’interpretazione orrorifica degli anni ‘80 con dei concept album dichiaratamente ispirati alla grande stagione dell’horror a stelle e strisce (rispettivamente Leather Teeth e Invaders), sui cui ipnotici synth si manifesta l’influenza delle colonne sonore di John Carpenter. Sempre al grande maestro dello slasher ha guardato anche il regista di quella che probabilmente è la pellicola che rappresenta più completamente la dialettica fra sogno e incubo che sta alla base di questo recupero degli anni ‘80, It Follows (2014). Niente meglio dello slasher decostruito e intellettualizzato di David Robert Mitchell, cineasta che pare sinceramente affascinato dal mito creato da, e attorno a, il cinema nella storia americana, può difatti dimostrare che forse gli anni ‘10 vogliono essere letti come gli anni ‘80 svegliatisi dopo un incubo durato 30 anni.

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