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E la chiamano ispirazione

di Enrico Losso

Brenno è senza pelle, durante la notte.

Quando gli capita di svegliarsi – non molto spesso, a dire il vero – e non riesce a riaddormentarsi nel giro di un quarto d’ora, finisce in trappola.

La notte lo cattura, lo scuoia, lo lascia indifeso. Inizia il cervello a masticare pensieri, scegliendo i più indigesti. Poi continua la schiena a dolere e sudare. E poi le mani, a tremolare. Ma è l’udito a giocare i tiri più subdoli.

Brenno è sicuro di sentire dei rumori.

Non voci, tiene a precisare perché altrimenti gli darebbero del pazzo, ma fruscii, echi di risate, talvolta uno schiocco – ma lieve – tanto da non capire se provengano dall’esterno, o sia solo immaginazione, o stanchezza.

Questi miraggi uditivi non sono mai molto frequenti, uno ogni mezz’ora al massimo, e quando arriva la luce cessano del tutto.

Ne ha accennato anche al suo medico, il dottor Levoni, una volta in cui si sono intrattenuti in chiacchiere, e l’uomo alto e segaligno in camice bianco sembrava meno austero del solito. Ma il dottor Levoni, dopo averlo ascoltato con attenzione, ha arricciato il naso e fatto un vago cenno con la mano. Una sola parola, stress, e poi nient’altro.

A sua moglie Rebecca non ha mai avuto il coraggio di dire niente. Al massimo di una generica difficoltà di riaddormentarsi, ho mangiato pesante, fa troppo caldo, cose così.

Brenno non si rammenta quando è iniziata tutta questa faccenda dei quasi rumori. Ricorda bene, che, quando non era ancora nata Anna – sono sei anni ormai –, non li sentiva. Fa comunque di tutto per non andare in fondo alla faccenda: ha smesso di bere caffè, prima quello del dopocena, poi tutti gli altri, ha introdotto la mezz’ora di footing serale per stancarsi al punto giusto, ha abolito la visione di film troppo avvincenti o troppo paurosi. Il fisico è dalla sua parte: è sempre stato un ottimo dormitore, di quelli che fanno la felicità degli scassinatori.

L’ultima volta che gli è accaduto, due giorni prima, ha avuto la sensazione che un leggero stridio provenisse dal cassetto più basso del comodino.

Si è fatto coraggio, ha lanciato un’occhiata al profilo di Rebecca – ha sempre pensato che la sua bellezza dà il meglio di sé quando dorme – e, vincendo il tremore della mano, ha aperto il cassetto.

Nulla, tranne la risma di fogli stampati che sono il risultato dei suoi sforzi di scrittore. Perché Brenno ama scrivere, da sempre, da quando era un adolescente con l’apparecchio, nonostante l’italiano sia stata l’unica materia in cui sia stato rimandato a settembre durante il liceo, nonostante la tiepida accoglienza da parte dell’insegnante – uno scrittore famoso – avuta alla presentazione del racconto alla fine del corso di scrittura creativa – il primo e ultimo frequentato – tre inverni prima. Ma continua a scrivere. Con la stessa ostinata caparbietà dei soldati volontari al fronte che lottano per un’idea, imperterrito.

Ha spostato i fogli, ha accarezzato con la mano il fondo del cassetto, gli interstizi fra le giunture del legno, e ha raccolto solo lo scontrino di una libreria. Ha deciso di aprire anche il secondo cassetto. Ha frugato piano per non fare rumore, ma non si è imbattuto in niente di diverso dagli oggetti conosciuti e innocui.

Allora si è ridisteso sul letto, con la stoffa della maglietta incollata alla schiena, a pensare a qualche malattia dal nome astruso subdola e letale, alla spesa per l’acquisto – improcrastinabile – della nuova automobile, a cosa abbia voluto dire il suo capufficio quando ha sibilato quella mezza frase.

E, adesso, Brenno il rumore l’ha sentito ancora.

Un leggero scalpiccìo, come quello provocato da un bimbo che passa più volte su una pozzanghera. Potrebbe somigliare ad un rumore provocato da un vicino di casa, se avesse vicini di casa.

La schermata del cellulare indica che sono le tre e quattordici minuti.

È già una mezz’ora che sta chiedendosi se davvero sia un buon padre per Anna, se le dedichi abbastanza tempo o se lei si accorga della noia che spesso lo assale mentre gioca con lei con le costruzioni, o con le bambole dagli occhi grandi.

Il primo pensiero che passa nella testa di Brenno è che è passato pochissimo tempo dall’ultima volta che ha udito uno di quei rumori. Avverte una fitta ai lombi quando si mette seduto. Non riesce a capire bene da dove il rumore sia provenuto. Forse dalle parti del pavimento, nell’angolo dove troneggia l’omino portabiti, o forse no. Si gratta una basetta e cerca di infilare le ciabatte. Fa due tentativi e poi si alza scalzo.

Rebecca si gira su un fianco, nel sonno, dandogli le spalle.

Brenno non sa cosa fare, e allora decide di andare nella cameretta di Anna e vedere se tutto sia a posto. Percorre i tre metri di parquet e si affaccia. La figlia dorme a pancia in su, come fa sempre da quando ha quattro anni, e ha il braccio sinistro steso sulla pancia. Anna sembra sorridere.

Brenno sospira e se ne torna in direzione della propria camera.

È allora che lo sente di nuovo. Un altro scalpiccìo, lievemente piùforte.

Lui è in piedi sulla soglia. È certo che il rumore di un attimo prima sia scaturito dalla sua parte del letto, dal suo comodino. Sente il sangue pulsargli in gola e una strana e fastidiosa sensazione di caldo riempirgli i piedi.

Fa due passi rapidi, poi si ferma. Afferra la lucina a stelo per leggere che tiene sul comodino. L’accende e un alone giallastro gli rischiara il campo visivo. Si accovaccia e esita prima di aprire il secondo cassetto.

Appena lo schiude, ne fuoriesce un altro scalpiccìo.

La lucina cade sul pavimento, Brenno si ritrova seduto sul pavimento con il cuore che martella nel petto.

Rebecca dorme ancora, il suo corpo non ha avuto il minimo movimento.

Lui si fa coraggio, raccoglie la luce, tira un po’ in avanti il cassetto con un dito.

Riconosce la risma di fogli. Inghiottisce un grumo di saliva. Raccoglie il pacco di fogli in mano, appoggia la lucina sulle ginocchia e lo sfoglia.

Uno scampanellio prolungato lo fa trasalire.

La risma gli esplode in mano e i fogli si sparpagliano sul pavimento.

Gliene rimane uno solo in mano.

Brenno si guarda attorno, sua moglie dorme ancora, non c’è più nessun rumore.

Raccoglie di nuovo la lucina che è caduta sul pavimento, la avvicina al foglio. È l’incipit di un racconto che ha scritto quando Rebecca era incinta. Legge la dedica: al tuo pancione, il reggimoccolo che è sempre in mezzo a noi.

Ne sussurra il titolo: Cose di ordinaria amministrazione.

Non si ricorda più molto bene di cosa parli, ma ha in mente perfettamente l’immagine della lacrima che era scesa sulla guancia di Rebecca, dopo che aveva finito di leggerlo. Inizia a scorrere le prime righe.

Le storie non conoscono prigione. Non le puoi rinchiudere nella testa, né in un foglio. Protestano, vibrano, spiccano il volo: se si fermano, iniziano a morire.

Brenno scuote il capo, queste parole non gli stanno a significare nulla, non gli sembra nemmeno di averle scritte lui.

Il rumore improvviso di uno scroscio gli fa fare un movimento repentino con le braccia. Il foglio si strappa. Rebecca si gira a pancia in giù, mugola una frase sconnessa impastata di sonno. Lui riavvicina il pezzo più grande del foglio vicino agli occhi. Ma la mano destra trema troppo per permettergli di leggere ancora. Se lo infila nella tasca dei pantaloni del pigiama. Tira un lungo sospiro. Si rimette in piedi, anche se ha le gambe irrigidite e percorse da un formicolio.

Calpesta i fogli sul pavimento, si ripromette di raccoglierli l’indomani. In quel momento farebbe troppo rumore. Esce dalla stanza, va in soggiorno.

Un brivido gli serpeggia fra le scapole, nonostante le finestre siano chiuse. Afferra il PC portatile che è sul tavolo. Lo apre, lo chiude. Lo apre di nuovo e lo accende.

Quando i primi bagliori si infilano nei buchi delle tapparelle come lance polverose, Brenno è arrivato alla ventiquattresima pagina.

Il cursore lampeggia alla fine della frase:

Brenno è senza pelle, durante la notte.

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