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Febe

di Enrico Losso

Lo trovi su una panchina del parco.

Se ne sta aperto, mostrando ai passanti il suo cuore d’inchiostro. Una brezza dolce si diverte a sfogliare le pagine, ora lenta, ora spostandole a gruppi. Rimani in piedi a guardarlo, per qualche minuto, come se potesse cederti il posto.

Alla fine ti siedi, un po’ distante, sempre con lo sguardo fisso su di lui.

Lo prendi, accarezzi la copertina marrone, ne annusi l’odore.

Un quaderno grosso, di quelli rilegati con la colla, riempito fitto con una grafia esile e precisa.

La curiosità ti fa arricciare il naso. E inizi a leggere. I tuoi occhi del colore del guscio delle noci scorrono rapidi. Ti accorgi che si tratta di una storia che va dalla prima all’ultima pagina.

Dopo averne divorate una ventina di slancio, alzi la testa. Appoggi il quaderno, ti stiracchi. Non sopporti stare ferma troppo a lungo. Ti fa male la schiena, dici.

La realtà è che ti piace camminare. Lo so. E leggere mentre cammini.

Riprendi in mano il quaderno, ti dirigi verso il cancello vicino all’albero secolare.

Mi alzo anch’io dalla panchina dove sono seduto. Ti seguo mantenendo la giusta distanza.

Imbocchi la strada con i ciottoli continuando a leggere. Arrivi alla piazza. Quasi vai a sbattere contro una bicicletta parcheggiata. Attiri su di te qualche sguardo divertito.

Le tue scarpe sfiorano il pavé del centro città. Non ti sei accorta del cielo clamoroso di questo mattino di aprile. Stringi il quaderno come fosse il bastone biforcuto di un rabdomante, sembra che la storia ti trasmetta le vibrazioni della terra. Capita anche a me, a volte.

Il tuo girovagare immersa nella lettura sembra la rotta impazzita di un sommergibile ammutinato e riemergi all’incrocio delle due strade con i nomi così buffi, via del Granchio e via Cammello. Un incrocio fra un granchio e un cammello, ti fa sorridere questa quest’immagine, lo so, te l’ho sentito dire.

Scegli di fermarti al tavolino di un caffè sgangherato. Posi il quaderno, aperto a metà, esausto. Ordini un succo di frutta alla pera a una cameriera grassa. Ti guardi un po’ attorno.

Incroci lo sguardo di un vecchio seduto a un tavolino alla tua destra, mentre solleva gli occhi stanchi da un giornale. Osserva i tuoi riccioli scuri e il tuo profilo, struggente come i confini di un quartiere in cui si è vissuti da bambini.

La tua mente esita, in un istante di incertezza, nella vana attesa che scatti un circuito di memoria. Il vecchio ti fissa per un po’, finché l’imbarazzo non ha la meglio e allora si strofina le palpebre con le dita sottili.

La tua attenzione scivola via, rincorrendo un vociare di ragazzi, compagni di Università, che passano in bicicletta a due metri.

Si accorgono della tua presenza, pronunciano il tuo nome:

“Febe!”

Rallentano, si fermano. Scambiano qualche parola con te che rimani seduta e accavalli le gambe. Sorridi ad una battuta del ragazzo alto e smilzo con la barba lunga, ti si vedono le fossette. Il vecchio, quello seduto alla tua destra, lo osserva con attenzione, studia il suo modo un po’ goffo di farti ridere ancora. Un suo amico dice a voce alta che c’è lezione, che si è fatto tardi. Il ragazzo con la barba indugia, si vede che vorrebbe restare ancora, scambiare con te il numero del cellulare.

Alla fine cede.

I ragazzi ti salutano e se ne vanno.

Tu riprendi in mano il quaderno, lasci qualche moneta sul tavolo, decidi di riprendere a camminare.

Il vecchio, quello che si alza appena dopo di te e ti segue, cercando di armonizzare il suo passo al tuo vagolare con la testa china di nuovo sulle pagine, ecco, quel vecchio sono io.

Voglio vedere dove andrai oggi.

Passi davanti alla vetrina della libreria all’angolo, quella che assomiglia alla tana di un grosso animale cartivoro. Lo fai spesso, ti piace leggere i titoli dei libri allineati e ammirare le copertine. Spesso entri, ripromettendoti invano che non acquisterai nulla.

Oggi avresti tirato diritto, se non avessi sentito la voce provenire dall’interno. La tua amica libraia ti ha chiamato. Agiti la mano, le sorridi attraverso il vetro. Poi la raggiungi al bancone.

M’intrufolo anch’io, Febe, a sentire questo odore di inchiostro e parole.

Conosco il caos che sonnecchia qui, ci vengo molto spesso: gironzolo fra gli scaffali, mi fermo a leggere una quarta di copertina, molto spesso compro. È un luogo che mi fa sentire in pace con me stesso.

Ti fermi a parlare con la libraia, una donna con una decina di anni più di te e i capelli rossi. Gesticoli, le fai vedere il quaderno che hai trovato.

Lei legge un passo, sgrana gli occhi, gira una pagina. Poi ti indica una pila di libri nella zona centrale.

La raggiungi, chiedi conferma afferrando il romanzo. Il titolo è composto da una sola parola: Mai.

È fra le ultime novità, lo hanno esposto da pochi giorni.

Il tuo sguardo si posa sulla copertina che raffigura due profili stilizzati: una linea che svolazza e crea dal bianco la forma di due corpi, un uomo e una donna che si sfiorano con le dita. Lo apri, cerchi la prima pagina, inizi a leggere. La tue sopracciglia si sollevano. Scuoti piano la testa.

Apri il quaderno, leggi anche quello.

Le stesse frasi.

Riprendi in mano il libro, fai frusciare le pagine, scruti attenta la fotografia dell’autore sul retro. Se alzassi i tuoi occhi verdi, adesso, oltre l’orizzonte del bordo, potresti accorgerti che l’uomo dell’immagine ed io siamo la stessa persona.

Invece leggi un altro passo, lo risfogli fino all’inizio. Ti soffermi sulla dedica.

Lo faccio spesso anch’io. Mi piace sapere in nome di chi spunta, cresce e fiorisce una storia.

Sbatti due volte le palpebre, rileggi ancora. Le tue labbra si muovono appena.

A Febe, la figlia che non ho mai conosciuto.

Ti starai chiedendo stupita chi possa essere questa ragazza che ha il tuo stesso, rarissimo nome.

Se solo trovassi il coraggio. Se non avessi sbagliato tutto in passato.

Se.

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