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«HYVAA JOULUA, TYHMÄ!»

C’è Kurtz che mi sussurra: «Dai.»

Delicato.

Amorevole, quasi.

E poi c’è il mio dito che accarezza il grilletto.

Altrettanto delicato.

E amorevole.

«Il fucile. Lo devi trattare come una femmina» mi aveva spiegato quando me lo aveva messo tra le braccia.

Una perfetta riproduzione del celebre fucile d’assalto di fabbricazione tedesca Heckler & Koch G3 calibro 7,62.

Almeno era quello che pensavo.

«Adesso i crucchi usano il G36» mi diceva mentre lo tirava fuori da una custodia di nylon nera. «Una bella bestia pure lui, ma molto meno elegante.»

Poi c’è la detonazione secca che mi assorda. Il calcio dell’arma che mi si inchioda alla clavicola. L’abitacolo che si satura dell’odore della cordite bruciata. Il fagotto di vaga forma umanoide, appeso ad una scala di corda sotto il davanzale di una finestra a cinquanta metri dallo spiazzo in cui siamo parcheggiati, che esplode in una girandola di gommapiuma e stoffa rossa. Un allarme che parte ad ululare con un fastidioso timbro acuto. Un paio di cani che cominciano ad abbaiare rauchi.

«Ma non mi avevi detto che era ad aria compressa?» chiedo, mentre lui, ridendo mette in moto e sgasando con moderata euforia si ributta in strada.

«Io? Quando mai?»

Metto il fucile in sicurezza, me lo appoggio in grembo, mi allaccio la cintura.

E taccio.

In effetti, ora che ci penso, non lo ha mai detto.

Kurtz dice che sono già due anni che lo fa.

Il primo anno aveva una fionda con le biglie d’acciaio. L’anno scorso una carabina a pallini. Quest’anno deve un favore a Teodor, l’autista serbo che alla ditta dove lavoriamo viene a caricare i container per la Bulgaria.

«Gli tengo il ferro finché non torna da queste parti dopo le ferie. Lo deve far passare in Austria.»

Dice che ha dei parenti un po’ birichini a Vienna.

«E dato che è passato di mano in mano, mi ha chiesto di verificare che fosse tutto funzionante.»

È così che la vigilia di Natale siamo finiti a sparare con un fucile da guerra ai pupazzi di Babbo Natale appesi ai muri delle case.

«Lo sai di chi è quella casa?» mi chiede Kurtz.

Si riferisce a un grande cascinale restaurato in cima ad una tozza collinetta costellata di bassi alberi di gelso capitozzati, al di là di una spoglia siepe di acero campestre dietro cui abbiamo parcheggiato il furgone.

Dopo il mio tiro, il primo della serata, abbiamo vagato apparentemente senza meta per una mezz’oretta, allontanandoci dalla periferia residenziale lungo la provinciale per l’aeroporto, fino ad imboccare una stradina sterrata tra i campi che ci ha portati fin qui.

«No. Di chi è?»

«Ha fatto spedire le lettere due giorni fa.»

«Lettere? Che lettere?»

«Poi ha preso la famiglia e se ne è andato in montagna a sciare.»

«Ma che stai dicendo?»

«La casa è quella di Botteri, il direttore del personale. E a nome suo ti do il benvenuto nel favoloso mondo della cassa integrazione a zero ore.»

«Che cazzo stai dicendo?»

«Non hai controllato la posta oggi?»

In effetti no.

«Con la crisi dell’ultimo anno il buco si è allargato a dismisura e la proprietà vuole svendere. Parlano di un’offerta dai cinesi. Capirai…»

«Morale?»

«Dal ventisette siamo a casa fino a nuove disposizioni.

«Dov’è quel maledetto pupazzo?»

Botteri ha fatto le cose in grande. Filari di lampadine colorate sugli spioventi del tetto e lungo i poggioli. Ghirlande di agrifoglio alle finestre. Un piccolo presepio, illuminato con due faretti volanti, all’imbocco del vialetto che porta ai garage.

«Facciamoci il presepio» butto lì mentre scendiamo per appostarci dietro la siepe stecchita che circonda due lati della proprietà. «Facciamoci i lampioncini. Facciamoci un paio di finestre.»

Kurtz non è d’accordo.

«Attireremmo troppo l’attenzione. Non siamo a capodanno.»

 Poi stende a terra un vecchio plaid che manda un vago odore di nafta e muffa e ci si sdraia sopra, in posizione di tiro, dopo aver abbassato il cavalletto bipede del fucile.

«Vediamo di trovare il Babbione, intanto» dice mentre ispeziona col binocolo la facciata del cascinale che sbrilluccica di luci intermittenti.

«Spigolo di sinistra, lungo la grondaia, appena sotto il poggiolo» mormora poco dopo, aggiustandosi il calcio contro la spalla. «È davvero grosso.»

Mi passa il binocolo, mentre monta il cannocchiale sul fucile.

«È come sparare a un cristiano.»

Anche qui Botteri non ha badato a spese. Abbarbicato alla grondaia c’è un manichino, praticamente a grandezza naturale, con tanto di saccone di iuta pieno sulle spalle, cinturone di cuoio attorno alla pancia rigonfia e una gran barba di ovatta e cotone, bianca sparata, come se fosse stata messa in candeggina.

Poi Kurtz apre il fuoco. Il colpo va a segno. Difficile sbagliare, con tutta quella luce, d’altronde.

Ha mirato all’attaccatura della spalla destra. L’idea è più o meno quella di far saltare il braccio con cui il fantoccio si sta reggendo alla grondaia, probabilmente grazie ad una staffa di filo di ferro e nastro adesivo, fissata attorno al polso o alla mano avvolta in un guanto di pelliccia.

Infatti il manichino cade.

Piomba a terra da quasi cinque metri con un tonfo sonoro.

Strozzando un grido rauco che si perde nell’aria secca e nevosa della notte.

«Forse siamo nella merda» sibila Kurtz mentre si rialza cacciandosi il fucile a tracolla. «O forse no.»

Sto per dire qualcosa, ma lui si è già infilato attraverso la siepe.

Mentre saliamo a passi rapidi la collina diretti verso la casa, mi delinea il suo scenario tattico. Il tizio è un genio. Con la scusa delle feste, del Natale e della moda del momento, ha escogitato un sistema perfetto per ripulire le case. Stava per farsi anche quella di Botteri quando l’abbiamo beccato. Era nel posto giusto al momento sbagliato.

Quando siamo a una decina di metri dalla casa, imbraccia di nuovo il fucile.

Vediamo com’è conciato. Poi decidiamo che cosa fare.

Pare che stia anche per mettersi a nevicare.

È conciato male, il tizio.

Raggomitolato su un fianco, ai piedi della grondaia. Le gambe scosse da tremiti. In affanno. Tenendolo sotto tiro, Kurtz si avvicina.

 «Chiamiamo un’ambulanza e andiamo via» suggerisco.

Kurtz scuote la testa. «Aspetta.» Gli si inginocchia accanto. Il travestimento è curato nei minimi dettagli. Roba di classe. Forse un costume da centro commerciale.

«Dammi una mano a spostarlo.»

Lo giriamo supino.

Il viso è una maschera di ecchimosi. La barba lanuginosa è schizzata di sangue scuro e denso. Il proiettile è penetrato nella spalla, appena sotto la clavicola. Niente di più facile che abbia lesionato la succlavia.

«Secondo me si è anche fottuto la schiena» ipotizza Kurtz, sfilandogli il berretto rosso con i campanelli e il pon-pon bianco. I capelli sono lunghi e candidi. Niente parrucca quindi.

Muove la bocca cercando di soffiare fuori un suono che non arriva al di là della laringe. O forse sta solo cercando di catturare aria per continuare a respirare.

Kurtz non fa che guardarsi intorno. Il tizio mugola appena. Scandendo bene le parole, gli chiedo se ha un cellulare con sé. Lui biascica qualcosa e mezza bocca e poi con uno scarto improvviso si raggomitola di nuovo su un fianco tossendo grumi di sangue e catarro.

Il sacco di iuta che portava sulla schiena s’è svuotato nella caduta. Però niente televisori, hi-fi, computer, gioielli, argenteria o vasellame di pregio. Sparsi tutt’intorno non ci sono che decine di pacchi e pacchettini colorati e infiocchettati.

Ed è allora che sentiamo il verso. Qualcosa a metà tra un muggito ed un raglio acuto. Arriva dal retro.

Kurtz scatta in piedi, baricentro basso, puntando l’arma davanti a sé e sparisce dietro l’angolo della casa.

Quando ricompare un paio di minuti dopo, sta trascinando per la cavezza quella che dovrebbe essere una renna, ma per quel che ne capisco potrebbe anche essere un cervo o una piccola alce, comunque molto pelosa e molto mansueta, a cui è attaccato un trabiccolo montato su pattini d’acciaio, carico di casse, sacchi e pacchetti.

Il tizio intanto geme ancora qualcosa. Poi balbetta a fatica quella che sembra una frase.

«Iiva iulua, tima» o qualcosa del genere.

«Sul furgone dovrebbe starci tutto» mi fa Kurtz accennando al carico della slitta.

Quindi spara un colpo in testa al vecchio.

«Ma è meglio che ci diamo una mossa. Sta cominciando a nevicare.»

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