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La forma (in esperanto) del rock a venire

Free-Jazz e psichedelia, due fenomeni nella fucina della ESP-Disk

di Michele Saran

La storicizzazione delle origini del rock, si sa, è fenomeno di dominio pubblico. Dal country e dal blues si passa agli acid trip della Baia, alle comuni hippy e ai festival psichedelici, a Woodstock, a Hendrix. Però, come in molte delle storie basate sull’evoluzione di un fenomeno ampio e sfaccettato, vi possono essere uno o più bachi, vuoti di memoria collettiva che sorvolano su snodi altrimenti nevralgici. E in questo caso quegli snodi si chiamano in un solo modo: ESP-Disk. Agli inizi dei 60, Bernard Stollman, avvocato fresco di studi di legge alla Columbia (che già lavorava come legale per certi Charlie Parker e Billie Holiday), decide di registrare un disco di poesie e canzoni tradizionali in esperanto. Il long-playing, Ni Kantu En Esperanto (1964), sarà lo starting point della sua idea, una casa discografica (“ESP” abbrevia “esperanto”, appunto) dedicata esclusivamente alla musica sperimentale, e una particolare attenzione al suo grande amore di gioventù, la musica jazz. Il sottobosco newyorkese dell’epoca è letteralmente gravido di musicisti rivoluzionari, che Stollman rastrella con eccezionale preveggenza. Per la ESP-Disk usciranno tanti e tanti album innovativi, piccoli big-bang che all’epoca non rilasciarono che parte della loro effettiva portata e che, forse, ancora oggi necessitano di qualche grado di comprensione.

Si prenda per esempio Spiritual Unity (1964) di Albert Ayler, uno dei primissimi dischi editi dall’etichetta e una delle opere più coraggiose della storia del free-jazz. Il sax tenore di Ayler rumina lo spettro armonico devastando semplici motivetti della tradizione popolare, e dando letteralmente fuoco alla notazione occidentale, mentre la sezione ritmica di Gary Peacock e Sunny Murray scarnifica e deforma il battito, accentuandone lo straniamento complessivo. Oppure il debutto di Pharoah Sanders, Pharoah’s First (1964), ancora distante dal carnevale di cacofonie trascendentali di The Creator Has A Master Plan, eppure già solidamente infisso a una concezione alternativa dell’improvvisazione di gruppo. E poi, certo, i due volumi di Heliocentric Worlds (1964) di Sun Ra, con i reading spaziali di Sun Myth e, soprattutto, con l’anelito di Cosmic Chaos, una delle prelibatezze della sua Arkestra, e una delle più veraci sorgenti della psichedelia.

Già, la psichedelia. Perché le marce della pace e i sit-in studenteschi di protesta per il Vietnam, evento bellico cardine del periodo musicale a cui il primo rock psichedelico rimarrà in secula seculorum vitalmente legato, sono più piccoli discendenti che afferiscono a una primaria rivoluzione, quella del cosmo, un moto che il free-jazz contempla già da anni.

Così, Stollman intuisce il legame, ne fa quasi un’equazione infallibile. Da una parte i musicisti free che indicano le vie dello spazio e della spiritualità più ostica per liberare definitivamente la loro negritudine, dall’altra musicisti bianchi, orgogliosamente privi d’incasellamento di genere, vicini a quest’indole. E sono nuovi colpi gobbi per il fondatore: nel roster entrano complessi leggendari come Fugs e Godz, cantautori visionari come Tom “Pearls Before Swine” Rapp, cantanti sperimentali come Patty Waters, e persino il gotha della dottrina lisergica Tim Leary. Sono artisti dall’ampia concezione, che riescono a sposare l’attitudine amatoriale e artigianale (il termine “punk” ha qui il suo ufficio anagrafe) con gli stimoli d’avanguardia del free-jazz, riescono – per così dire – a farne una versione masticabile, caricata di acredine contro il sistema ottuso e belligerante ma al contempo sottile, venata d’imprendibile surrealismo. È la nascita storica dell’underground. I confini tra discipline artistiche, tra strumenti, tra generi musicali, ma soprattutto tra arte e vita, arte e divertimento, divertimento e droga, sono buffi ricordi del passato.

Ed è proprio così che la New York della seconda metà degli anni 60 apre i cancelli della mente, indicando le vie che dal semplice pop-rock di consumo portano alla musica totale. Perché senza Ayler, Sun Ra, Sanders (e aggiungiamo volentieri Paul Bley, Milford Graves, Ornette Coleman, ma anche il violento atto unico del dimenticato James Zitro, 1967), tutti artisti che faranno successo in etichette ben più blasonate – dalla Impulse alla Columbia – forse la musica rock non sarebbe partita con lo slancio che oggi conosciamo, e quasi certamente non avrebbe assunto quella carica eversiva che è parte del suo corredo genetico, non avrebbe assunto la forma che ha e ancora avrà. I MC5 non avrebbero avuto lo stesso fuoco nelle loro scorribande, i Grateful Dead non si sarebbero spinti così oltre nei loro viaggi psicotropi, i Velvet Underground non avrebbero cantato lo sballo della metropoli in quell’epica maniera, la new wave non avrebbe osato mettere in musica, dissezionandolo, l’animo dell’uomo contemporaneo. E si potrebbe continuare fino ai giorni nostri. La mitica ESP di Stollman vede prosciugare fondi e idee nel giro di pochi anni; per vivacchiare si limiterà a ristampare classici, cercando di reincarnarsi un paio di volte a partire dai 70. Si sa, ai grandi inventori e scopritori va spesso solo la gloria o poco più. Ma la rivoluzione fu bella che innescata. Vive e lotta ancora con noi?

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