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La rovesciata

di Enrico Losso

…che vedere il mondo a rovescio è pure divertente, anche se io sono un tipo coi piedi per terra: mi è capitato poche volte nella mia vita, quante? Boh, quattro-cinque volte mi sa: la prima, sicuro, ero piccolo, sulla giostra del paese, quella che faceva il giro della morte – tutti fregavano la cicciona mezza cieca che staccava i biglietti e io l’unico idiota che pagava – e mi ero sganasciato a vedere il campanile dell’oratorio che si reggeva sulla punta, e il prete sulla pelata; poi, sulla spalliera alla scuola media, che ero uno dei pochi a riuscirci; poi, a fare il deficiente col bungee jumping, che l’avevano appena piazzato in riviera e dovevo conquistare la Marlene, e poi oggi in campo. Passaggio di Capozzi dalla destra, un tiraccio che si è trasformato in cross per sbaglio e io piantato vicino al dischetto quando avrei dovuto essere trenta metri indietro perché sono un centromediano metodista, che detto così fa tanto talebano, ma questa è la definizione che mi ha appiccicato addosso il primo Mister e poi mi è rimasta: “Tu sei un centromediano metodista e te ne stai a rompere i corni agli avversari che arrivano, con metodo, gli togli l’aria come fanno i pitoni che ti girano attorno e ti soffocano” e quindi io mi trovo in area di rigore per inerzia, perché tutti intorno passeggiano, paiono i fighetti in centro il sabato pomeriggio ma è domenica, ultima domenica di campionato Lega Pro che io chiamo ancora Ci Due come sugli album di figurine che facevo da piccolo, fa caldo e la gente è tutta ai lidi, gli spalti sono mezzi vuoti. Cosa mi viene in mente? A me, uno coi piedi per terra, centromediano metodista, trentotto anni, senza tatuaggi? Mi viene in mente proprio un pacchetto di figurine, la rovesciata di Carlo Parola, che non so chi è ma mi hanno detto che è quello dell’immagine, e poi penso alla giostra e butto su le gambe, prima la sinistra poi la destra, una sforbiciata come le dava mia nonna quando s’impuntava a volermi tagliare i capelli, e vedo il mondo a rovescio. Vedo molti compagnie avversari che fanno a finta di giocare e il Mister che sta zitto e mastica il cannello della pipa e quando tira fuori la pipa vuol dire che è rassegnato. Il mondo è davvero a rovescio: colpisco al volo la palla col collo del piededestro come in centomila allenamenti non ci sono mai riuscito, neanche per sbaglio, figurarsi durante una partita di campionato. Il pallone schizza via e disegna una parabola che nemmeno quelle che raccontava gesùcristo e si infila proprio nell’angolo alla sinistra del portiere che accenna un movimento, ma non ha il tempo di staccarsi da terra. La rete si muove, si gonfia, come i vestiti delle belle ragazze quando c’è vento e t’immagini che dentro c’è il paradiso. Come il corpo di quella gran gnocca dell’intervistatrice di TeleCubo, quella che mi fa le domande e intanto guarda alle mie spalle se passa qualche mio compagno, Capozzi o Bellani tipo, con una ventina di centimetri in più e una quindicina di anni in meno di me, con tutta la pelle tatuata come se si fossero vestiti con la carta da parati, e fa l’occhiolino come a dire adesso mi sbrigo subito con questo e il prossimo sei tu. Vedo proprio lei, mentre atterro, se ne sta dietro la porta accanto al collega con la cinepresa e mi sembra di scorgere un sorriso rivolto proprio a me, e non a Capozzi o Bellani, ma forse me lo sto solo immaginando perché è davvero difficile vedere tutto attorno alla rovescia in così poco tempo. Nel momento in cui ritorno con i piedi per terra, centromediano metodista, trentotto anni, senza tatuaggi, nessuno dei miei compagni viene ad abbracciarmi. Vedo gli occhi di Bellani che mi fissano, paiono quelli di un pesce, tondi tondi, e del pesce ha anche l’espressione, con le labbra semiaperte. Capozzi si sbraccia come se volesse mandare a quel paese qualcuno, allora penso che l’arbitro abbia fischiato qualcosa, ma fuorigioco è impossibile, e infatti l’arbitro ha indicato il centrocampo, è proprio gol a tutti gli effetti. E allora sento salire dentro di me una gioia incontenibile, come la schiuma sulla birra, e mi ritrovo a fare un gesto con le mani che è una via di mezzo fra una telefonata con gli apparecchi vecchi quelli grigi e il disegno in aria di un cerchio: in realtà non so nemmeno bene io come intendo festeggiare, io, uno coi piedi per terra, centromediano metodista, trentotto anni, senza tatuaggi, uno che ha sempre odiato aeroplanini, trenini, simulazioni di gravidanze, risciacqui di bocca, danze tribali, uno che al massimo alza un pugno per gioire per un gol (di un compagno). Ma tutto continua ad essere a rovescio: nessuno dei miei compagni mi raggiunge, nemmeno una pacca sulla spalla, un c’hai avuto culo, niente. Rimango là con il dito a mezz’aria e poi mi dico chissenefrega, ne approfitto tanto che il mondo oggi è la rovescia, anche se sono uno coi piedi per terra, centromediano metodista, trentotto anni, senza tatuaggi, quasi quasi vado a festeggiare nei paraggi della Telecubina Grangnocca e magari ci scappa un abbraccio, chessò un bacetto, e allora le dirò che le dedico il mio eurogol (che a dire euro mi verrà da ridere). Ma, mentre corro verso il fondocampo, il mio compagno Rescucci mi dà uno spintone e io lo guardo negli occhi e lui ha un’espressione incazzata. E allora è come se si accendesse un proiettore che mi fa rivedere alcune scene a cui non avevo dato importanza: nello spogliatoio dopo l’allenamento ho visto confabulare un po’ di compagni, Capozzi e Rescucci e Bellani di sicuro, ma anche altri che quando mi hanno visto arrivare dalle docce hanno cambiato discorso, ma io un paio di frasi le ho captate, del tipo dobbiamo essere tutti d’accordo, nessuno deve fare scherzi, e se le risento adesso assumono un altro significato; e ho notato che Bellani e Rescucci a fine allenamento si sono fermati un bel po’ di volte a parlare con la coppia di slavi – che si dice che spacciano, ma io non li ho mai visti perché la sera vado a dormire presto perché sono uno coi piedi per terra, centromediano metodista, trentotto anni, senza tatuaggi –; e se aggiungo queste scene al fatto che il Mister mastica il cannello della pipa e quindi vuol dire che è rassegnato, un pensierino brutto mi viene. E mi viene pure la nausea, io che digerisco anche i sassi, e mi vien voglia di spegnere il proiettore perché questo film di merda ha una trama alla rovescia: nessuno gioca per vincere e non si gioisce per un gol di un compagno. Come vedere il mondo a testa in giù. E allora mi fermo di colpo, sempre col il dito in aria, come uno che non ha tutti i suoi a casa, come si dice, e chiedo all’arbitro che sta tornando verso il centrocampo quanto manca. Pure lui sembra infastidito, mi guarda con due occhi strani, forse perché ho il dito in aria, è lampante che non vede l’ora di farsi una doccia e tornare a casa. Mi dice che tra dieci secondi fischia, il tempo di riprendere il gioco, e allora gli grido in faccia goool e riprendo a correre, e a muovere il dito, già che ci sono mi tolgo pure la maglietta, davvero assomiglio sempre più ad un pazzo, e vado a schioccare un bacio sulla guancia dell’intervistatrice (che mi lancia un’occhiata davvero schifata) e tornando verso il centrocampo faccio pure una capriola, una di quelle che provavo da bambino sui prati dietro casa, e tutta la scena – mi rendo conto – è davvero surreale, rido e abbraccio a torso nudo Capozzi che cerca di divincolarsi e vorrebbe incenerirmi con un lanciafiamme se potesse. E allora io, uno coi piedi per terra, centromediano metodista, trentotto anni, senza tatuaggi, penso che vedere il mondo a rovescio è pure divertente…

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