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Nella rete dell’essere

Mind trip da Alex Grey ai Greci

di Luca Mauceri

«Siamo individui soli, ma sperimentiamo anche la nostra connessione con l’altro» dice Alex Grey, artista americano noto nella scena alternativa, commentando le infinite parti dell’essere, raccolte in un’unità suprema. Il luogo in cui tale rete universale è rappresentata è una sua opera chiamata appunto Net of Being, la rete dell’essere.

Oltre alla visionaria intuizione, del quadro di Grey possiamo apprezzare qualche spunto interessante ripercorrendo il significato dei numerosissimi dettagli presenti nell’opera che, già a un primo sguardo, offre un effetto particolare. L’atmosfera generale potrebbe essere quella di un’immagine sacra, in cui salta all’occhio una struttura che rimanda all’infinito e una luminosità dal sapore divino, che intreccia diverse figure e dettagli ben distribuiti. Proprio questi dettagli, se analizzati, racchiudono significati interessanti.

La figura principale al centro è una specie di volto collegato direttamente ad altri volti uguali, che messi in serie creano una sorta di colonnato di un tempio sacro infinito. Questi volti rappresentano la coscienza, la mente aperta nel mondo da parte del mondo stesso. La coscienza è infatti il mondo che si mostra a se stesso, non potendo esistere barriera o separazione alcuna tra un ipotetico mondo “esterno” e una coscienza “interna”. Il mondo – o cosmo – è costituito di parti, l’una che comunica con l’altra e che fluidamente diviene l’altra, in una concatenazione unica. Attraverso la coscienza, l’interezza del cosmo è resa visibile e anzi essa è il punto in cui il mondo può autocomprendersi.

Dettaglio degno di nota: l’espressione dei volti, con gli occhi socchiusi in uno sguardo intenso e serio, sembra non rendere giustizia all’ipotetica estasi che si dovrebbe provare di fronte non solo alla consapevolezza della totalità dell’essere, ma alla sua reale visione. Lo sguardo è sì, dunque, consapevole e coinvolto, ma anche distaccato, esattamente in linea con quanto le antiche filosofie greche o i saperi dell’antico oriente professavano nei confronti dell’atteggiamento umano al cosmo: l’osservazione cosciente ma distaccata, indifferente, in accettazione necessaria dell’essere circostante e che si è. Non una visione passionale che manifesti gioia o disperazione, ma equilibrio nello spirito, come una roccia che semplicemente sta in mezzo alle altre. «L’essere non può soffrire» diceva il filosofo parmenideo Melisso di Samo, elencando le caratteristiche dell’essere. Esso è perfetto, rotondo, eterno, indistruttibile, inscindibile, uno, pur nella distinzione delle sue parti. Come potrebbe l’essere soffrire? Esso sarebbe manchevole di qualcosa se lo facesse e non potendo mancare di nulla, non può soffrire. L’essere – e dunque chi ne è consapevole e lo conosce – non soffre, perché il suo vedere, sapere e avere, non manca di alcunché. Gli occhi delle creature coscienti di Net of being esprimono questa “tonalità emotiva”, come la chiamerebbe Heidegger.

Con una delicata e curiosa intuizione, Grey chiude in unità i volti mostrandone la condivisione degli occhi, che appartengono l’uno all’altro volto, agevolando il movimento circolare e l’idea di unità, prima nella figura centrale, e a seguire in tutte le parti dell’opera in una sorta di «rete di coscienza interconnessa», come la chiama egli stesso. La coscienza è allora il centro da cui diparte il resto del mondo, fino a mostrare che in realtà nell’essere il centro è ovunque e il punto di vista non comporta la superiorità di alcuna parte sulle altre o sulla totalità.

Il sentiero dell’essere comincia a dischiudere il cosmo nella cornice della consapevolezza. Proprio il cosmo è infatti ciò che possiamo notare al di sotto delle figure umanoidi. Attraverso le maglie fiammeggianti che compongono quel «fuoco sempre vivente» intravediamo l’universo con le sue galassie, ovvero la parte visibile, naturalistica, empiricamente conoscibile, dell’essere. Questa parte traspare in molteplici dettagli e innumerevoli volte, per congiungersi alle altre, non visibili ma concettuali, e approdare al senso ultimo dell’opera stessa, l’infinità di tale visione. Il cosmo cosciente non è vincolato soltanto alle singole figure, perché esse si ripetono infinitamente e ne garantiscono la persistenza, la rinascita, la stabilità.

Anche i diversi modi di rapportarsi all’essere sono inclusi e connessi: i sensi, l’intuizione, la conoscenza solida dell’unità. La rete è la forma con cui un’unità può mostrarsi e spiegarsi senza distruggersi, senza negarsi, gettando una cosa qualsiasi del mondo a mo’ di esca per riportarci alla sua sacra fonte.

La filosofia e altre antiche forme sapienziali erano la voce di questo sapere. Di fronte allo specializzarsi della conoscenza, e alla concentrazione esclusiva verso quell’universo che sta sotto noi stessi, la consapevolezza della rete e dell’unità va svanendo. Si affievolisce la connessione di ogni parte con l’altra, lasciata impensata e in balia di vaneggiamenti occasionali, invece che di un sapere unitario e diffuso, che ricomprenda il più sottile dettaglio e la più ampia cornice. L’immagine di Grey è allora una visione che è anche richiamo, volontà di risveglio e rivoluzione, ponendosi come una sorta di manifesto percettivo in vista di una concezione di mondo diversa.

Net of being resta uno dei momenti più alti del catalogo dell’artista, costellato di diversi altri spunti che perseguono nella direzione di un ripensamento che solleciti uno sguardo nuovo verso ciò che ci sta sotto, e un esercizio che ci permetta di reggerne l’immensa chiarezza.

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