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Percorsi a ritroso nella memoria

“La Strada di San Giovanni” di Italo Calvino

di Cinzia Agrizzi

La Strada di San Giovanni è una delle poche prose autobiografiche di Calvino che l’autore aveva incluso nell’indice provvisorio di Passaggi obbligati, progetto rimasto incompiuto e pensato per accogliere una serie di scritti legati alla sua esperienza personale, tra i quali Autobiografia di uno spettatore e La poubelle agréée. Ritorno, rimpianto, nostalgia, indagine nella memoria compongono infatti la sottile linea semantica che percorre il sottosuolo di questo breve saggio, nel quale lo scrittore sanremese rievoca gli anni della sua infanzia e giovinezza in terra ligure e, soprattutto, ritrae la figura del padre in rapporto nettamente antinomico con se stesso.

Il testo, pubblicato la prima volta nel 1962 nella rivista Questo e altro, ovvero dieci anni dopo la scomparsa di Mario Calvino, sembra quasi suggerire una lunga elaborazione del lutto da parte del figlio, testimoniata anche dall’uso di una prosa proustiana, sintatticamente prolungata, rivelatrice di un rito memoriale e di un nesso autobiografico intenso.

Calvino, dunque, descrive puntualmente il paesaggio ligure e ricorda la Villa Meridiana, dove la famiglia era rientrata nel 1925, dopo aver lasciato Cuba: è qui, a Sanremo, che lo scrittore deve necessariamente tornare per capire il mondo, per trovare una bussola che lo orienti. Così dichiara nell’incipit: “Una spiegazione generale del mondo e della storia deve innanzi tutto tener conto di com’era situata casa nostra […]”. La casa aveva una facciata davanti che guardava verso il mare e la città, e una facciata posteriore da dove partiva un viottolo che portava verso la campagna di San Giovanni, campagna di famiglia che il padre curava quotidianamente.

Era sempre di là che usciva mio padre, vestito alla cacciatora, coi gambali, e si sentiva il passo delle scarpe chiodate per il beudo, e lo scampanellio d’ottone del cane […]. Per mio padre il mondo era di là in su che cominciava, e l’altra parte del mondo, quella di giù, era solo un’appendice.

Non è così per il giovane Calvino, che amava il mare e le luci della città, e infatti aggiunge poco dopo: “Io no, tutto il contrario: per me il mondo, la carta del pianeta, andava da casa nostra in giù, il resto era spazio bianco, senza significati […]”. L’opposizione tra città e campagnanon solo delinea la dimensione antropologica dello spazio, ma svela la discontinuità tra due mondi, tra due destini divergenti, quelli del padre e del figlio: “Parlarci era difficile. Entrambi d’indole verbosa, posseduti da un mare di parole, insieme restavamo muti, camminavamo in silenzio a fianco a fianco per la strada di San Giovanni”.

Mario Calvino, agronomo, direttore a Sanremo della stazione sperimentale di floricoltura, docente di agricoltura tropicale all’Università di Torino, è uno scienziato, così come la moglie Eva Mameli, laureata in Scienze naturali e docente di botanica all’Università di Cagliari. Il figlio, invece, rifiuta il destino “scientifico” dei genitori e, dopo una forzata iscrizione alla facoltà di Agraria, finisce per iscriversi a Lettere. Ma rimane in lui – come si evince dalle Lezioni Americane – quella ricerca dell’esattezza, del rigore, della terminologia precisa che già il padre ostentava attraverso l’ossessione di nominare le piante “nel latino assurdo dei botanici”, e che si manifesta nel figlio come fissazione di catalogare accuratamentela realtà, sicché la polarità tra i due uomini rivela inaspettatamente un’affinità, una comune “passione feroce” che muoveva il primo ogni mattina su per la strada di San Giovanni e il secondo giù per la via, verso la città, piccola ma cosmopolita:

Io non riconoscevo né una pianta né un uccello […]. E bastava un brandello di giornale calpestato che mi finiva tra i piedi ed ero assorto a bere la scrittura che ne sortiva mozza e inconfessabile – nomi di teatri, attrici, vanità – […]. Ad anni di distanza, però, lo scrittore riconosce la grave perdita che entrambi si sono autoinflitti ed emerge chiaro il rimpianto per non aver ascoltato la lezione del padre mentre “additava certe foglie di là da un muro”. Ma, dichiara Calvino poco oltre nel testo, “volevo essere altrove”, ovvero a Torino, città “grave e cortese” che “è stata proprio oggetto d’una scelta”3, luogo dei suoi miti letterari che riveste un significato particolare proprio in rapporto all’immagine paterna e che viene descritta in un’altra pagina autobiografica paradigmatica, Forestiero a Torino (1953).

La Strada di San Giovanni rappresenta quindi un rito di passaggio obbligato per definire l’identità di Calvino – così come le esperienze descritte negli altri saggi scelti per la raccolta rimasta incompiuta –, e il ritorno con la memoria a quei giorni, a una Liguria magra e ossuta, non è altro che una presa di coscienza dell’impossibilità di poter tornare indietro e uno strumento per tentare di decifrare se stesso, il mondo e l’umanità:

Di fronte alla natura restavo indifferente, riservato, a tratti ostile. E non sapevo che stavo anch’io cercando un rapporto, forse più fortunato di quello di mio padre, un rapporto che sarebbe stata la letteratura a darmi, restituendo significato a tutto, e d’un tratto ogni cosa sarebbe divenuta vera e tangibile e possedibile e perfetta, ogni cosa di quel mondo ormai perduto.

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