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Una linea nella sabbia

All’origine della questione curda

di Alvise Reiner

Tra l’ottobre 2014 e il gennaio 2015, il Califfato islamico tentò una sanguinosa offensiva per la conquista della città di Kobane, portando di fatto alla ribalta internazionale la “questione curda”. Divisi tra Iraq, Iran, Turchia e Siria, i curdi hanno fatto della lotta all’ISIS lo strumento per le proprie rivendicazioni autonomiste. Da dove nasce la volontà di questo popolo di essere riconosciuto nazione e in che modo si è giunti, invece, alla sua frammentazione?

Il Kurdistan è un vasto altopiano mediorientale, situato nella parte settentrionale della Mesopotamia. Definirne i confini esatti non è semplice. Esso, infatti, si estende dalla catena dei monti Zagros – in Iran – fino alla catena del Tauro – in Turchia –, dalla Siria settentrionale – a Ovest – fino al lago di Urmia – a Est –, comprendendo anche la regione di Irbil, Mosul e Kirkuk – nell’Iraq settentrionale. In questa vasta area si concentrano i curdi, una popolazione di lingua iranica, in origine dedita alla vita nomade e all’allevamento. Dopo la conversione all’Islam sunnita, i curdi giocarono un ruolo minore nella turbolenta storia del Medio Oriente. Contesa tra la Persia safavide e l’Impero ottomano, la regione passò definitivamente sotto il controllo di quest’ultimo tra il XVI e il XVII secolo. In quanto tale, venne investita dalla tempesta geopolitica scatenata dalla dissoluzione della “Sublime porta”.

Nell’arco di tempo tra il Congresso di Berlino (1878) e la Rivoluzione dei Giovani Turchi (1908), l’Impero ottomano vide progressivamente disgregarsi la propria sovranità. Se da un lato i territori nordafricani entrarono di fatto nella sfera d’influenza degli imperi coloniali europei, dall’altro l’area balcanica conquistò diversi gradi di autonomia e indipendenza. Con la stipula della Pace di Londra (1913), l’Impero dovette riconoscere la perdita definitiva di tutti i propri possedimenti oltre lo stretto dei Dardanelli, fatta eccezione per la Tracia orientale. Con l’indebolimento dell’autorità centrale e dell’amministrazione turca, nacquero in Medio Oriente i primi focolai nazionalisti, anche in quelle regioni di antica conquista e meglio integrate come il Kurdistan.

Storicamente, l’avvento del nazionalismo curdo viene fatto coincidere con la rivolta guidata dallo sceicco Ubeydullah, ricco possidente terriero che nel 1880 rivendicava la profonda alterità della regione: “The Kurdish nation, consisting of more than 500,000 families is a people apart. Their religion is different, and their laws and customs distinct. […] We are also a nation apart”. La ribellione venne soffocata nella repressione, ma l’anelito all’indipendenza si ripropose nei decenni successivi, come risposta al crescente nazionalismo centralista teorizzato dal governo dei Giovani Turchi. Quando questi ultimi si macchiarono del genocidio della minoranza armena, la richiesta d’autonomia da parte della popolazione curda acquistò forza e organizzazione. Tuttavia, quattro precisi momenti nella storia del Medio Oriente ne segnarono il fallimento.

“Una linea nella sabbia, dalla A di Acri alla K di Kirkuk”, così si sarebbe espresso Sir Mark Sykes, diplomatico britannico, di fronte al suo corrispettivo francese, François Georges-Picot. All’indomani dello scoppio della guerra, prevedendo l’inevitabile implosione dell’Impero ottomano, i due erano stati incaricati di dirimere la spinosa faccenda legata al futuro dei suoi confini e alla spartizione dei suoi territori. Ne risultò un’intesa che avrebbe ridisegnato il volto del Medio Oriente. Siglato nel 1916, l’accordo Sykes-Picot, sanciva la divisione dell’Impero ottomano in due grandi aree di influenza, una francese e l’altra britannica. Entrambi i governi si dichiaravano pronti a sostenere la nascita di una confederazione di stati arabi, sotto il protettorato e la guida europea. Di fatto l’accordo stabiliva la nascita di due mandati: l’area comprendente Siria e Libano alla Francia, quella comprendente Iraq e Transgiordania alla Gran Bretagna. La sovranità dell’Impero ottomano veniva così limitata alla sola penisola anatolica, mentre sulla carta si andavano delineando i confini degli stati mediorientali come li conosciamo oggi.

L’accordo venne ratificato dalla comunità internazionale tramite il Trattato di Sèvres, nell’agosto del 1920. Nonostante la linea ipotizzata da Sir Mark Sykes tagliasse di fatto in due la regione del Kurdistan, il trattato apriva alla possibilità di uno stato curdo, sulla scia di quello che già veniva definito il “Wilsonian moment”. In particolare, l’articolo 62 assicurava “autonomia locale per la regione (della Turchia) a maggioranza curda”, mentre l’articolo 64 ipotizzava addirittura l’indipendenza dei curdi dalla Turchia.

Il Trattato, per quanto firmato dagli ambasciatori ottomani e sostenuto dal sultano Maometto VI, non fu mai ratificato dal parlamento turco, soppresso e sostituito appena qualche mese prima dalla Grande Assemblea Nazionale Turca, guidata da Mustafa Kemal Atatürk. Quest’ultimo, leader del Partito Popolare Repubblicano, fu il protagonista assoluto della Guerra d’indipendenza che i nazionalisti turchi condussero vittoriosamente contro le ingerenze francesi, britanniche e greche in Anatolia. Come conseguenza, l’1 novembre 1922 Mustafa Kemal abolì il sultanato e l’anno successivo venne eletto primo presidente della Repubblica di Turchia.

Forte della propria vittoria, Kemal costrinse le potenze della Triplice Intesa a tornare al tavolo dei negoziati, che si conclusero il 24 luglio 1923 con la firma della Pace di Losanna, a vantaggio delle aspirazioni territoriali turche. A venir tradito fu, invece, l’anelito all’indipendenza del popolo curdo. Inviso al governo nazionalista di Kemal, il Kurdistan non venne considerato nel nuovo assetto dato al Medio Oriente e, a causa dell’immaginaria linea tracciata da Sir Mark Sykes, i curdi si ritrovarono divisi in quattro diverse nazioni.

Una precisazione dev’essere fatta: parlare dei curdi soltanto come vittime della geopolitica internazionale sarebbe sbagliato. La divisione territoriale, infatti, è sempre andata di pari passo con una profonda disunione nelle proprie rivendicazioni nazionali. In questo contributo si è cercato di ricostruire le cause della frammentazione territoriale del popolo curdo. Quella della lotta politica e militare per l’indipendenza post Pace di Losanna è, dunque, un’altra storia.

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